Visualizzazione post con etichetta solidarietà. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta solidarietà. Mostra tutti i post

06 marzo 2017

#incontroTe

6 marzo 2017  -  Lunedì







Chi non ama il proprio fratello che vede,
non ama Dio che non vede
(1 Gv 4,20)




Pigrizia e disimpegno 

La sterilità è una categoria anticristiana. Pigrizia e disimpegno sono atteggiamenti inaccettabili di fronte al dono della fede e alla conseguente responsabilità missionaria di annunciare il Vangelo. Ogni battezzato è chiamato a operare in sinergia con lo Spirito Santo affinché non manchino luce, sale, lievito necessari a custodire la famiglia umana nella solidarietà e nella comunione.


IMPEGNO:

Riflettere sull’ambito in cui mi trovo a essere più pigro.





© Testi a cura dell'Ufficio della Pastorale Universitaria di Roma



25 luglio 2015

La segnaletica della settimana

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno B)

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,1-15)



In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
 


Per riflettere...
Il miracolo del pane  è un evento che si è impresso in modo inde­lebile nei discepoli. Esso racconta qual­cosa di molto più grande e bello che non la semplice moltiplica­zione di cinque pani e due pesci.
Il Vangelo neppure par­la di moltiplicazione ma di di­stribuzione, di un pane che non finisce. E mentre lo di­stribuivano il pane non veni­va a mancare, e mentre pas­sava di mano in mano restava in ogni mano.

Cinquemila uomini sul monte, nel luogo dove Dio è più vicino, hanno fame, fame di Dio. A Gesù nessuno chiede nulla, è lui che per primo si accorge e si preoccupa: «Dove potre­mo comprare il pane per lo­ro?». Alla sua generosità corrispon­de quella di un ragazzo: anche a lui nessu­no gli chiede nulla, ma lui mette tutto a disposizione. Invece di pensare: «Che cosa sono cinque pani per cinquemila persone? Sono meno di niente, inutile sprecarli. E la mia fame?», dà tutto quello che ha, senza pensare se sia molto o se sia poco. È tutto!
Questo è il primo e vero miracolo: il miracolo della CONDIVISIONE!


Modello del discepolo oggi è un ragazzo senza nome e senza vol­to, che dona ciò che ha per vivere, che con la sua generosità innesca la spirale della condivisione, vero miracolo.
Per una misteriosa regola di­vina, quando il mio pane di­venta il nostro pane accade il miracolo. La fame finisce non quando mangi a sazietà, ma quando condividi fosse pure il poco che hai.
Noi non siamo i padroni delle cose; tutto quello che incon­triamo non è nostro, è vita che viene in dono da Altrove e va oltre noi. Chiede cura, co­me per il pane del miracolo, perfino nelle sue briciole: niente deve andare perduto.
Impariamo ad accogliere e a benedire: gli uomini, il pane, Dio, la bellezza, la vita, e poi a condividere. Questo sarà fonte di felicità.

28 maggio 2015

Bricioledi vita

Sono ormai mesi che la nostra Italia è raggiunta da fratelli e sorelle in cerca di "salvezza"!
Vogliamo lasciarci emozionare da tutto questo attraverso l'esperienza diretta di alcuni giovani, come Serena, di Taranto, che ha scelto di vivere da volontaria e si è messa al servizio con gesti vivi di carità e fratellanza.

 

 
 

Tutto è iniziato dopo aver letto varie notizie su internet: ero a Bari, dovevo fare un esame all’università e non tornavo a casa da un mese. Chi avrebbe mai detto che, una volta qui, la mia vita sarebbe cambiata radicalmente!
Il giorno dopo essere tornata, mi sono organizzata con un amico e siamo andati a dare una mano all’ABFO, il dormitorio dietro la chiesa, dove avevano bisogno d’aiuto per mettere in ordine tutti i beni di prima necessità che i cittadini avevano generosamente donato dopo l’annuncio dello stato di emergenza. Da lì, mi sono spostata, insieme a qualche altro amico, presso una palestra della città: lì vengono accolte le famiglie e, più in generale, gli adulti, i quali però, nel giro di pochi giorni, vanno via. Partono per il Nord Italia, o per la maggior parte, per il Nord Europa, consapevoli che le possibilità di trovare fortuna qui in Italia non sono molto alte. E così, abbiamo salutato i nostri amici e abbiamo augurato loro un buon viaggio… l’ennesimo viaggio… con la speranza nel cuore che fosse l’ultimo, e che finalmente potessero trovare un po’ di “normalità”.
Presso un altro centro, invece, la situazione era molto diversa: c’erano e ci sono tutt’ora i minori NON accompagnati. Questi, a differenza degli adulti, non possono muoversi liberamente sul territorio, né italiano né europeo, e devono aspettare di essere collocati in case famiglia, SPRAR o comunità dove rimarranno fino alla maggiore età, e dove nel frattempo impareranno l’italiano e un mestiere, per poter poi essere inseriti nel mondo del lavoro.
La loro sosta qui è un po’ più lunga, perché le procedure di smistamento nelle varie strutture sono parecchio lente e quindi possono rimanere qui per settimane, addirittura per mesi interi.
È la mia educatrice di Azione Cattolica che mi ha spinto a prestare servizio presso quel centro… mi aveva spiegato che la nostra presenza lì sarebbe stata  molto utile, perché questi ragazzini, completamente soli, spaesati, oltre ad aver bisogno di assistenza materiale, erano quelli che più di tutti avevano bisogno di essere ASCOLTATI… di parlare, sfogarsi, raccontare le loro storie terribili e inverosimili a qualcuno e riceverne conforto… avevano bisogno di una spalla su cui appoggiarsi, di un amico con cui confidarsi. Sono sincera, non sapevo se ce l’avrei fatta a reggere nel cuore il peso di un’esperienza così forte, ma, non so perché (poi l’avrei capito), senza pensarci due volte, ho accettato la sfida.
Ecco, a questo punto inizia DAVVERO la mia esperienza da VOLONTARIA!
Ed è stata proprio quest’esperienza, paradossalmente, che mi ha insegnato il vero significato di questa parola: essere volontario non significa soltanto dare cibo e vestiti  a chi ne ha bisogno, ma dare al fratello che hai di fronte tutta l’anima e tutto il cuore; significa rinunciare al tuo tempo libero, a uscire ogni sera con gli amici, a fare una vita comoda, per metterti a servizio di chi ha bisogno di te; e ancora, significa diventare amico di chi hai di fronte, parlarci, ridere, scherzare, ascoltare ciò che ha da dirti, essergli SPALLA e ROCCIA, diventare per lui un vero e proprio punto di riferimento. Così, a 20 anni, ho aperto un nuovo capitolo della mia vita, che ho intitolato “Incontri”, e grazie a quest’esperienza mi sto arricchendo immensamente, sto cambiando la prospettiva da cui guardare le cose.
 
Devo essere sincera, inizialmente l’impatto non è stato molto facile: ho sofferto e pianto tanto perché non riuscivo ad accettare di essere così fortunata rispetto a loro che hanno dovuto patire tutte quelle sofferenze; ero caduta in una fase di apatia totale, e mi chiedevo in continuazione: “Perché io ho tutto e loro niente?”. Poi però, la preghiera mi ha aiutato a risollevarmi, e mi sono detta: “Come posso rinunciare a fare tutto quello che sto facendo, solo per paura di stare male? Per paura di non riuscire a reggere il peso delle loro storie?”. E allora mi sono rimboccata le maniche, ho preso tutta la forza che avevo dentro, mi sono armata di sorrisi a non finire, e mi sono lanciata in quest’avventura.
E qual è stata la cosa più sconvolgente? Scoprire che in realtà siamo noi a non avere niente, e che loro hanno nel cuore un’inestimabile ricchezza nascosta. Sono pieni d’amore, vita, allegria; sanno guardare sempre al lato bello della vita, nonostante abbiano vissuto i drammi della povertà, della schiavitù, della guerra, della distruzione, della persecuzione; emanano il profumo dell’AMORE vero e incondizionato… e viene spontaneo riconoscere, nei loro occhi, lo sguardo di Gesù.
Ogni giorno lì con loro: abbiamo parlato, riso, scherzato, pianto, giocato, siamo usciti, abbiamo mangiato… Siamo diventati amici, alcuni sono andati via, li abbiamo salutati e ci siamo ripromessi che ci saremmo tenuti in contatto (e così è stato), che non li avremmo mai dimenticati; altri nuovi continuano ad arrivare… e ogni volta, la magia si ripete, per loro e per noi: il primo approccio è sempre lo stesso: “Ciao, come ti chiami?” chiedo in inglese o francese, a seconda della lingua che parlano. E dopo un minuto, eccoti immersa nel loro mondo, nelle loro storie, nella loro vita… ti ritrovi a ripercorrere insieme a loro i passi del VIAGGIO che hanno appena terminato, a volte faticosamente, a volte meno; c’è chi ne parla con estrema serenità, chi fa fatica a ricordare, chi invece non riesce ancora ad accettare tutto ciò che ha vissuto, ma in un modo o nell’altro, TUTTI, e dico TUTTI, ti aprono le porte della loro vita, ti accolgono e ti invitano a rimanere accanto a loro. E soprattutto, ti ARRICCHISCONO.
Sì, ti arricchiscono…e il paradosso è proprio questo: parti con l’intenzione di DARE, e alla fine ti ritrovi a ricevere molto di più!
 
A distanza di mesi dal primo passo, posso dire di aver imparato davvero molto, e vorrei sintetizzare il tutto in questi pochi punti.
- Ho imparato che è davvero difficile trasformare il Vangelo in fatti, e che forse, qui, siamo troppo abituati a riempirci la bocca senza sporcarci poi le mani; è in questo periodo più che mai che mi sento continuamente rimbombare in testa le parole di Papa Francesco, quando diceva: “Uscite dalle parrocchie. Una chiesa chiusa in sé stessa è una chiesa ammalata” ed è lì, in quelle due frasi così brevi, ma così dense di significato, che trovo il coraggio per continuare.
- Ho imparato che …per essere volontario ci vogliono una forza e un equilibrio non indifferenti, che si conquistano solamente con il tempo, con la preghiera e con la perseveranza; bisogna imparare ad entrare nella vita dei fratelli bisognosi, senza però lasciarsi troppo coinvolgere dai loro drammi, altrimenti si rischia di rimanere “paralizzati” dal dolore e dalle sofferenze di cui questi ci parlano, e di non riuscire più ad andare avanti.
- Ho imparato che per essere volontari nel modo giusto, bisogna sentirsi come un piccolo tassello di un intero, grande puzzle: da soli, non possiamo salvare il mondo; è insieme che si costruisce. Tutti siamo importanti, ma non indispensabili.
- Ho imparato che se al primo posto non metti l’altro, ma te stesso, smette di essere Amore e diventa vanagloria; è bene mettersi al servizio, è bene rendersi disponibile, è bene sentirsi “COMPLETATI” da un’esperienza del genere; ma il tutto, sempre guardando a ciò che è meglio per l’altro, non per noi stessi.
- Ho imparato che di fronte a una realtà del genere, c’è bisogno di rimettere tutto ciò che fa parte della propria vita sulla bilancia, per ridare alle cose un nuovo peso. Ti chiedi: Cosa è importante davvero? Cosa mi sazia? Cosa mi completa? E nel darti delle risposte, capisci che di tante cose che prima ritenevi importanti, puoi benissimo farne a meno, e che vivere con l’essenziale è ciò che ti rende davvero completo. La cultura dell’essenzialità… sì, questa è la cosa più bella che questi fratelli hanno portato qui da noi, e sarebbe bello se si diffondesse sconfinatamente. La loro è una società ancora incontaminata da tutti i meccanismi che qui ci rendono schiavi e sarebbe bello conservarla così e prenderne esempio. Accontentarsi di niente… di un piatto di pasta, una maglietta, un pantalone e un paio di scarpe, una chiamata ai propri parenti in Africa per dire: sto bene, sono vivo, grazie a Dio!
- Ho imparato anche che è molto importante, quando ci si rapporta con questi nostri fratelli, insegnare loro il rispetto delle regole; infondo, si tratta comunque di persone che, nonostante tutto l’amore che portano dentro, sono fragili: hanno anche loro dei difetti, a volte possono imboccare strade sbagliate, a volte possono essere mosse da passioni negative. Allora, c’è bisogno anche di mettere in chiaro i limiti da non valicare, e ricordare loro, comunque sia, che l’Italia è un paese come tutti gli altri, in cui esistono delle regole di convivenza civile e delle leggi da rispettare. Anche questo compito, un po’ più ostico, fa parte dei DOVERI  del volontario, e contribuisce a costruire il BENE del fratello che stiamo aiutando. Dunque, il volontario è anche responsabile della formazione civile e sociale dei fratelli che aiuta. Il volontario è anche un educatore. O forse, è SOPRATTUTTO un educatore!
 
Comunque, io credo solo una cosa: nulla accade per caso… e questo pezzo di Africa che si è spostata proprio qui, a casa nostra, non è arrivata senza un motivo! Ne sono convinta! Forse il nostro Dio ci ha voluti mettere alla prova, ci ha voluti sfidare… o forse ci ha voluto semplicemente lanciare un MESSAGGIO.
Nel mio caso, è stato proprio così: sto attraversando un periodo particolare della mia vita; è un periodo di resoconti, progetti e scelte; è un periodo di decisioni dure, in cui sto avendo bisogno di mettere tutto sulla bilancia per cercare di capire, a volte anche dolorosamente, cosa è meglio per me… senza nessun condizionamento esterno… Cosa voglio fare della mia vita? Cosa voglio ESSERE, soprattutto?
E mentre cercavo qualcosa ho trovato QUALCUNO, ho trovato Gesù: l’ho trovato nei loro occhi bisognosi d’amore, nei loro sguardi desiderosi soltanto di un po’ di normalità… l’ho trovato nella loro debolezza, nella fragilità, nel cuore grande che ognuno di loro ha… l’ho trovato nelle loro parole innocenti quando ti chiedono: Che fine faremo? Dove siamo? Dove andremo? L’ho trovato nella purezza del loro cuore, nei loro: “Ti voglio bene” sinceri, nella loro capacità di non dimenticarsi di nessuno, nella semplicità con cui sanno condividere con noi quel poco che hanno.
Giro e rigiro tra le mani la cartina dell’Africa… e tutto d’un tratto mi rendo conto che la sua forma assomiglia vagamente a quella di un cuore! L’Africa ha la forma di un cuore! E allora mi dico: forse anche la terra ci vuole suggerire che quel posto è pieno d’AMORE!
 
 

03 settembre 2014

TG6... SPECIAL EDITION

Sono ormai mesi che le coste mediterranee della nostra Terra sono toccate da fratelli e sorelle in cerca di "salvezza"!
In questa edizione speciale del nostro TG6 raccontiamo l'esperienza diretta di alcuni giovani che si sono messi al servizio con gesti vivi di carità e fratellanza.

L'intervista è a cura del nostro amico e inviato speciale Christian... e un grazie anche a Ylenia che ci trasmette la sua testimonianza!


-------------------------------------------------
  

A quasi due mesi dal primo sbarco, ricordiamo i primi momenti in cui avete dato il vostro primo contributo da volontari...

 


Un messaggio: "Ragazzi noi stiamo all'abfo a dare una mano chi ci raggiunge?". E' iniziato così! Una prima parte della serata abbiamo sistemato i viveri che tanta gente buona aveva deciso di donare, poi è iniziato il vero viaggio. Abbiamo prestato aiuto in una delle strutture: la palestra Ricciardi. Bambini, donne, uomini... tutti con lo sguardo perso , ma pieno di gratitudine verso un Dio che li aveva tratti in salvo... il mio viaggio è iniziato incrociando lo sguardo di una bambina, Stella... Paura, ansia, timore... tutto svanito in cinque minuti. Quando metti le mani in pasta, quando fai qualcosa con il cuore non puoi fermarti davanti a nulla.



Se potessi tornare indietro, rifaresti tutto? Quali sono state le tue sensazioni in quei giorni di accoglienza e quali sono ancora oggi?

Tutto? Si dal primo all'ultimo istante vissuto con loro. gli abbracci, gli sguardi, aprire le porte della mia casa, le porte della mia famiglia. Rinunciare a qualcosa pur di stare con loro... tutto... Ho prestato e continuo a prestare il mio servizio al baby club, una struttura dove sono accolti i fratelli minorenni… Avevo paura. Paura di incrociare i loro occhi, invece ne sono rimasta stregata tanto da avere lo sguardo fisso nel loro. Avevo paura di parlare con loro, perché l’inglese non era il mio forte, invece adesso parlo con loro al telefono anche con qualche parola nella loro lingua… Ho trovato amici, ho trovato soprattutto fratelli, fratelli che non perderò mai… non è la distanza reale quella importante, ma la vicinanza del cuore!


Se ti chiedessi ora di completare la frase: "Tu Gesù sei (TG6)..." come mi risponderesti?

Sei come quelle mani intrecciate, quel bianco e quel nero che insieme formano i colori della felicità; sei come il volto stanco di tanti volontari che con amore passano intere giornate con questi fratelli, sei il volto impaurito di questi fratelli che cercano conforto e pace, cercano la vita! Sei nella parole di un mio fratello che mi ha detto: forse il mio Dio e il tuo Dio volevano che ci incontrassimo! Sei quel cuore, pienissimo di amore che ormai ha preso la forma dell’Africa!