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30 marzo 2018

#incontroTe

SETTIMO INCONTRO:
GESU’ E SUO PADRE

Dalla morte alla vita



La Parola



Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la scrittura: "Ho sete". Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: "Tutto è compiuto!". E, chinato il capo, spirò.



Per riflettere…

Ho sempre saputo che mi prendi sul serio: il Tuo amore è fedele ed esigente. Quando mi sembra di aver conquistato qualcosa di grande mi provochi ad un gesto di fiducia ancora più radicale.

Tu dai tutto e mi chiedi di fare altrettanto, ma io conosco la mia povertà. So che hai un progetto d’amore per me, mi affascini ma fatico ancora a lasciare le mie sicurezze per Te.





Preghiera

Ti benediciamo e ti lodiamo Dio

perché, ancora una volta, riveli il tuo amore per noi

donandoci il tuo perdono.

Aiutaci a vivere con forza l’impegno

ad essere messaggeri di salvezza e di pace;

rendici disponibili a costruire ogni giorno

il tuo regno d’amore in mezzo ai fratelli. 




03 marzo 2017

#incontroTe

3 marzo 2017  -  Venerdì







Signore, sciogli le mie catene inique
(Is 58,6)




La fiducia ben riposta (cf. Mt 25,14-30)

La differenza di atteggiamento rispetto ai primi due servi è nettissima. I primi due si mostrano attivi, pieni di iniziativa, capaci e volenterosi di rispondere alla fiducia concessa. Rischiano in proprio, portando dentro di sé un’immagine generosa e fiduciosa del padrone, il quale li lascia del tutto liberi di muoversi. In tal modo crescono e raddoppiano quanto loro affidato. È la loro piena realizzazione delle loro possibilità esistenziali e il padrone desidera condividere con loro la sua sovrabbondante e gioiosa soddisfazione per la sua fiducia ben riposta, al di là dei pur lusinghieri risultati sul campo.


IMPEGNO:

Cercherò di far spazio a chi incontro donando fiducia.





© Testi a cura dell'Ufficio della Pastorale Universitaria di Roma



12 novembre 2016

La segnaletica della settimana

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (21,5-19)

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Per riflettere...

Siamo tutti affetti da una richiesta legittimissima. Potrei riassumerla con uno slogan strausato: “Fatti, non parole!”
Così i discepoli di Cristo. Di fronte alla dichiarazione dell’avvento potente del Regno, in cui il vecchio tempio sarà distrutto, e tutto ciò che di ingiusto rappresenta con esso, i discepoli chiedono: “Quando!?”
Ma la risposta del Signore non fissa alcuna data. La descrizione dei Segni che precederanno l’avvento potrebbero andare bene per ogni epoca della storia umana. Ma c’è una sottolineatura che il Signore fa che per noi è importantissima.
Prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno… Avrete allora occasione di dare testimonianza”.  Il Regno si manifesta entro e oltre la testimonianza dei credenti. Quando il credente si affida con perseveranza alla Parola di Dio più che alle proprie balbettanti difese e ragioni. Ma sappiamo che il nostro passato ci testimonia quanto sia stato difficile, o addirittura quanto i cristiani abbiano reso una contro-testimonianza. Nella storia occidentale siamo stati colpevoli di sofferenze, guerre e stragi. Perché, benché proclamate in nome di Cristo, quelle “guerre sante” erano frutto di ipocrisia. I credenti, ministri e laici, hanno usato il nome di Dio senza affidarsi alla sua Parola. Hanno usato il nome di Dio per difendere il prestigio, le personali ragioni economiche di stato, più che ascoltare la sua Parola.
Il Regno non era in quelle realizzazioni, ma sarà in noi quando lavorando sul nostro intimo compiremo il difficile cammino di conversione dal “proprio modo di pensare”, che tende a difendere i propri interessi, al “modo di agire di Cristo”, che manifesta la forza della vita donata.
Gesù ha affermato una Verità eterna, ma non l’ha imposta a nessuno. Gesù si è offerto completamente perché fosse chiaro che il Regno di Dio si realizza nel dono, non nell’imposizione e non nella difesa. Ha manifestato che nel giudizio avrà la meglio la misericordia vissuta più che quella solamente proclamata. Nel giudizio avrà peso l’atteggiamento misericordioso del cuore più che la forza delle proprie ragioni.
Chi segue Cristo è in grado di subire la falsità, l’aggressività degli altri e le tragedie del mondo pur di garantire il vero tesoro dell’umanità in Cristo: la fraternità universale.
La nostra liberazione è vicina quando per amore della comunione in Cristo nelle avversità, nei “segni apocalittici”, non ci preoccupiamo di avere ragione sugli altri preparando con grafici e dati la nostra difesa, ma cercheremo di attuare la Parola di Dio, che è perdono e accoglienza. Questo è il lavoro che ci “guadagna” il pane. Il lavoro che ci farà vivere il pane eucaristico, la comunione e la vita che non ha fine. Preghiamo perché dalle nostre “comunioni” irrompano nel mondo fatti di comunione e non solo parole di preghiera. O meglio ancora che le nostre parole divengano Parola di Dio, che agisce ciò che afferma. Così da non aver bisogno di difenderci da quanti ci accuseranno perché le nostre azioni parleranno da se stesse.

(Commento a cura di don Giordy)

05 novembre 2016

La segnaletica della settimana

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (20,27-38)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Per riflettere...

“Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo” scrive Paolo. Tra le preghiere di saluto che iniziano la celebrazione eucaristica ce n’è una che è tratta da questa citazione. “Il Signore che guida i nostri cuori nell’amore e nella pazienza di Cristo sia con tutti voi”.
L’invito alla pazienza, alla capacità di “patire” è propedeutico a vivere il nostro rendimento di grazie. Pazienza da patior: soffrire! Pazienza è la capacità di patire come Cristo.... Lui ha faticato, ha sofferto ascoltando la Parola viva di Dio. Ha saputo interpretare le prove della sua vita alla Luce della realtà del Dio “di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. Così come ogni altra difficoltà che gli hanno posto davanti.
Gesù si dimostra paziente nei confronti dei Sadducei che lo interrogano su “meta-problemi”, su considerazioni che non aiutano a vivere. I Sadducei lo coinvolgono in questioni irrilevanti per la concretezza della vita o quanto meno su questioni di secondaria importanza. Loro vogliono metterlo in difficoltà sulla certezza della Vita che non finisce ma che incontra lo scoglio inaggirabile della morte. Lui ne approfitta per ricordare che Dio è il Dio della vita. È il Dio che assicura la Vita. Che con la sua Parola libera la vita dalla paura e dalla morte.
È il Dio che permette di attraversarle entrambe perché offre un’ancóra di speranza. Chi ama e lo ama non muore. Chi ama Dio, chi sperimenta la verità della sua Parola, e la gioca fidandosi, “non può morire”. Come i patriarchi che non muoiono perché inseriti nella relazione con Dio. Una relazione eterna, che continua a generare alla vita.
La relazione con Dio è eterna, senza limiti, rigenera sempre. Permette di pazientare, di sopportare la sofferenza in ogni situazione, perché offre una direzione, un senso.
Il senso che Cristo ha manifestato: La vita ci attende nella fiducia in Dio Padre e nel nostro essere figli nel Figlio. Gesù Cristo è il primogenito dei morti, come recita l’apocalisse. A Lui spetta la gloria e la potenza perché ha vissuto pazientando nell’Amore di Dio. Si è fidato dell’Amore di Dio ed ha saputo “soffrire bene”. Nella vita fatta di fatiche e incomprensioni lo stile di Gesù manifesta una vita che non finisce, anche quando si scontra con lo scoglio inaggirabile della morte, della sofferenza, del dramma, della catastrofe, dell’ingiustizia, dell’incomprensione perché è “nell’amore di Dio”
Allora credo che dobbiamo pregare affinché “Il Signore guidi i nostri cuori all’amore di Dio e alla Pazienza di Cristo”. Per poter ringraziare della possibilità di affrontare la vita sapendo che siamo nati per non morire più!


(Commento a cura di don Giordy)

22 ottobre 2016

La segnaletica della settimana

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (18,9-14)

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Per riflettere...

Domenica scorsa speravo per tutti noi “che le grandi anime dei nostri tempi potessero vedere il nostro atteggiamento orante e fiducioso in Dio, il nostro annunziare con la vita la Parola di Dio e nono solo innamorarsi e stimare Cristo…ma essere ciò che siamo noi… Fratelli in Cristo e Figli nel Figlio.” Speravo per noi tutti conversione e coerenza allo stile di Gesù.


Il Vangelo di questa domenica sembra sottolineare che la coerenza, l’obbedienza non deve essere moralistica, Non deve essere osservanza scrupolosa e pedissequa di norme, codici, precetti e tradizioni. La giustificazione che si può ritenere di possedere “avendo fatto tutto ciò che ci è chiesto e anche qualcosa in più”, seguendo una rigida osservanza, ci fa correre il rischio del Fariseo della parabola inventata da Gesù. Ci fa perdere la meta finale della fede, ci fa smarrire il mistero di Cristo, che Paolo nella lettera agli efesini - letta in settimana - diceva risiedere nell’ “essere chiamati a condividere la stessa eredità, formare lo stesso corpo, partecipi della stessa promessa”. Ci fa perdere di vista l’obbiettivo comunitario della fede. Tutto ciò che facciamo deve aiutarci a vivere prossimi a chi ci sta accanto. Non a farcene prendere le distanze, perché “Non sono come gli altri uomini”.


Noi siamo fratelli e sorelle in Cristo. Condividiamo la stessa realtà umana, fatta di miseria e nobiltà. Fatta di tentativi di comunione e rovinose cadute nell’egoismo. Da soli non riusciremo a salvarci. Non riusciamo a dare un orientamento risorgente alla nostra vita. Saremo sempre stretti dalla convinzione che “io posso bastare a me stesso, se seguo alcune semplici regole”.


CI è chiesta coerenza alla nostra natura limitata e tendente a cedere all’autorealizzazione, secondo il motto “Chi fa da sé fa per tre”.  Ci è chiesta coerenza al nostro essere fratelli e sorelle zoppicanti. Ci è chiesta coerenza alla misericordia di Dio, che giustifica non chi si ritiene giusto, ma chi si riscopre incapace di fare da solo. Giustifica chi si riconosce nell’errore e non cerca giustificazioni, accetta il proprio limite colpevole e si affida al Padre che “rialza”.


Gesù si dichiara dalla parte di chi è in grado di riconoscere il proprio limite e fidarsi della misericordia del Padre per ripartire. Questa è la coerenza a cui siamo chiamati per costruire la nostra fraternità ed essere provocanti, attraenti per gli uomini come noi. Manifestiamo al mondo non già il nostro non perfetti ma essere perdonati.

(Commento a cura di don Giordy)


14 ottobre 2016

La segnaletica della settimana

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (18,1-8)

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Per riflettere...
Un certo Mahatma Ghandi disse una volta: “Io amo e stimo Cristo, ma non sono cristiano. Lo diventerei se solo vedessi un cristiano comportarsi come Lui”. Incontrai questa frase mentre stavo riscoprendo la mia fede, specialmente in alcuni uomini e donne che cercavano di praticare ciò che credevano.


Mi è tornata in mente leggendo quanto Paolo (o chi a suon nome) nella seconda lettera a Timoteo dice “Conosci coloro da cui hai appreso [quello che credi fermamente] e conosci le sacre Scritture”. In questa sorta di premessa all’esortazione, che l’autore rivolge a Timoteo affinché annunci la Parola, pare che la fede di quest’ultimo sia “nata” dalla testimonianza personale di quanti lo hanno educato nella fede e nella conoscenza delle scritture. Potremmo dire che per credere gli sia stato necessario vedere e che per vedere bene nelle scritture abbia dovuto credere.


Per riscoprire che Dio è l’orizzonte della vita, che è Lui ad operare nella vita di chi gli si affida, occorre la testimonianza personale e coerente. Occorre guardare la testimonianza resa da chi si è affidato sempre e con costanza all’azione di Dio. Occorre guardare a chi come Mosè si è affidato, ha agito nella storia pregando sempre, lasciandosi aiutare a pregare quando le forze venivano meno. Occorre adottare la stessa perseveranza e costanza della vedova della parabola. Una donna che insegue la giustizia come se dipendesse da lei, ma consapevole che in realtà dipende esclusivamente da qualcun Altro. Occorre constatare che i nostri sforzi sono vani se non sono illuminati dalla fiducia nella “Parola di Dio, viva ed efficace, capace di discernere i sentimenti e i pensieri del cuore.


Questo è l’atteggiamento del cristiano: agire per la giustizia con forza ed insistenza, sapendo tuttavia che è Dio a realizzare la pienezza della vita. Cristiano è chi opera concretamente fidandosi certamente di Dio. Che sia per questo che il Signore chiude la parabola chiedendo “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà troverà la fede sulla terra”? Che sia per questo che occorre “pregare sempre senza stancarsi”? Che occorre, cioè, alimentare in continuazione il rapporto con Dio per vedere la sua azione nella storia e per farci tramite coerente di quest’azione?


Preghiamo allora che le grandi anime dei nostri tempi possano vedere il nostro atteggiamento orante e fiducioso in Dio, il nostro annunziare con la vita la Parola di Dio e nono solo innamorarsi e stimare Cristo…ma essere ciò che siamo noi… Fratelli in Cristo e Figli nel Figlio.

(Commento a cura di don Giordy)

17 settembre 2016

La segnaletica della settimana

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (16, 1-13)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».


Per riflettere...
Decidersi per qualcuno è questione di amore e l'amore non conosce molte lingue ma una sola, quella della fedeltà!

Amati, perdonati, salvati da Dio chissà quante volte... eppure le nostre mancanze di fede non si contano, fino ad arrivare anche a chiederci, a volte, se questo Dio esista davvero!
Eppure Dio, nonostante tutto, attende pazientemente che giungiamo alla maturità della nostra fede, che arriviamo ad avere un rapporto di fiducia in Lui, che riusciamo a dare il meglio di noi in docilità e ascolto.

Quest'opera ha in sé qualcosa di eroico, sì perché l'amore di Dio non conosce interessi; Egli ama semplicemente perché è Amore. E così vorrebbe i suoi figli: che non fossero dediti a calcoli di tornaconto personale, ma scoprissero la loro dignità di figli di Dio e figli assomigliassero in quello che è il suo modo tutto personale e divino di amare, il PERDONO!







06 agosto 2016

La segnaletica della settimana

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (12,32-48)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».



Per riflettere...
Se dovessimo dare un nome a questa domenica potremmo dire che è quella della parabola del servizio. Ma quale servizio' Il nostro? No! Quello di Dio che si mette a servizio della nostra felicità.

Guardiamo allora questa parabola più attentamente: essa è scandita in tre mo­menti. Tutto prende avvio per l'assenza del signore, che se ne va e affida la casa ai suoi servi. Così Dio ha consegnato a noi il creato, come in prin­cipio l'Eden ad Adamo. Ci ha affidato la casa grande che è il mondo, perché ne siamo cu­stodi con tutte le sue creatu­re. E se ne va. Dio, il grande as­sente, che crea e poi si ritira dalla sua creazione. La sua as­senza ci pesa, eppure è la ga­ranzia della nostra libertà. Se Dio fosse qui visibile, inevita­bile, incombente, chi si muo­verebbe più? Un Dio che si im­pone sarà anche obbedito, ma non sarà amato da liberi figli.

Secondo momento: nella not­te i servi vegliano e attendono il padrone; hanno cinti i fian­chi, cioè sono pronti ad acco­glierlo, a essere interamente per lui. Hanno le lucerne ac­cese, perché è notte. Anche quando è notte, quando le ombre si mettono in via; quando la fatica è tanta, quan­do la disperazione fa pressio­ne alla porta del cuore, non mollare, continua a lavorare con amore e attenzione per la tua famiglia, la tua comunità, il tuo Paese, la madre terra... Con quel poco che hai, come puoi, meglio che puoi. Vale molto di più accendere una piccola lampada nella notte che imprecare contro tutto il buio che ci circonda.

Ed eccoci, infine, al terzo mo­mento. E se tornando il pa­drone li troverà svegli, beati quei servi (si attende così so­lo se si ama e si desidera, e non si vede l'ora che giunga il mo­mento degli abbracci). In ve­rità vi dico li farà mettere a tavola e passerà a servirli. È il capo­volgimento dell'idea di pa­drone: il punto commovente, sublime di questo racconto, il momento straordinario, quando accade l'impensabi­le: il signore si mette a fare il servo! Dio viene e si pone a servizio della mia felicità!
Gesù ribadisce due volte, per­ché si imprima bene, l'atteg­giamento sorprendente del si­gnore.


Questo Dio è il solo che io ser­virò, tutti i giorni e tutte le not­ti della mia vita. Il solo che ser­virò perché è il solo che si è fatto mio servitore.

10 marzo 2016

Face... to face

Spesso mi pongo la domanda: “Cosa c’è dopo la morte?”. Nel Vangelo molte volte sento che Gesù parla di vita eterna, quindi si potrebbe intendere una promessa per l’aldilà, per quello che sarà dopo la morte… Ma cos’è davvero questa vita eterna?

Susanna

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Ciao Susanna,


dici bene tu, la vita eterna di cui si parla nel Vangelo è una promessa che Gesù fa ai suoi. La vita eterna è vivere nel cuore di Dio, anzi la vita eterna è Dio stesso.

Ma vorrei dirti che, sicuramente siamo orientati verso il cielo, la nostra vita eterna si costruisce già qui, vivendo bene e responsabilmente ogni giorno, portando avanti le cose che ci riguardano, diventando uomini e donne di parola, facendo del bene alle persone che incontriamo. Al resto, quello che verrà dopo, ci penserà Dio. Fidati e sarai felice…!

Ciao!


don Tony
   

07 febbraio 2016

La segnaletica della settimana

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (5,1-11)

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.



LA PAROLA SI FA PREGHIERA

Nella vita tanti sono quelli che mi criticano,
pochi sono quelli che mi stimano,
pochissimi quelli che si fidano di me.
Tu, Signore Gesù, conosci bene le mie debolezze,

i miei difetti, i miei peccati, eppure mi vuoi con te,
mi vuoi coinvolgere nel tuo progetto di salvezza,
vuoi farmi testimone della tua grazia.
Come Simon Pietro anche io resto meravigliato che tu voglia proprio me,

cerco anche di dissuaderti,
di ricordarti i tanti errori che ho commessi,
tutta la mia inadeguatezza.
Ma tu, Signore, non demordi,
vedi oltre il mio peccato, oltre le mie debolezze e i miei difetti,
vedi le mie potenzialità, la mia capacità di amare e di donare,
caratteristiche che spesso sono a me sconosciute.
Donami, Signore, il tuo Santo Spirito che mi trasformi nel profondo,

che faccia emergere tutto il bene che c'è nel mio cuore,
spesso così piccolo e freddo,
affinché impari ad amare come tu vuoi,
come tu ami me.
Amen!

(don Matteo Castellina)