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19 marzo 2017

#incontroTe

19 marzo 2017  -  III Domenica di Quaresima







Ha sete di te, Signore, l’anima mia
(Sal 62,2)




Come la samaritana presso il pozzo di Sicar


Anche la persona umana si realizza nel rapporto nell’apertura. Questo è lontano da certe definizioni di persona troppo filosofiche. Il vivere per conto proprio (subsistere in se) è l’essere diviso dagli altri. Se ci rifacciamo al modello divino la persona è essenzialmente un protendersi verso il fratello, un fargli compagnia lungo la strada della vita, proprio quello che Dio fa con ciascuno di noi.

Due poli che non si distinguono: relativi a noi proprio perché agganciati al Signore nella contemplazione e nella lode.
Esse ad è un atteggiamento fondamentale della carità: stare accanto per servire. È un’illusione tragica quella della persona che crede di costruire se stessa chiudendosi nel proprio egoismo. Raul Follerau ha detto: “Nessuno ha il diritto di essere felice da solo”. Ma si potrebbe dire anche di più: “Nessuno riesce a essere felice da solo”. Se ci chiudiamo in noi stessi intristiamo, non costruiamo la felicità. La felicità si costruisce nel rapporto. È aprendoci all’altro, ai suoi bisogni che realizziamo noi stessi e diventiamo felici.


IMPEGNO:

Farò di tutto per portare Gioia a qualcuno.





© Testi a cura dell'Ufficio della Pastorale Universitaria di Roma



18 marzo 2017

#incontroTe

18 marzo 2017  -  Sabato







Hai mutato il mio lamento in danza
(Sal 29,12)




"Stare presso il Padre"


Stare accanto dice un rapporto di servizio e richiama istintivamente a quello che la persona è in Dio. La lunga riflessione tomista, accettata anche dalle scuole posteriori, è arrivata a questa definizione. La persona in Dio è “to pros ti”, tradotta in italiano: stare presso qualcuno.
La persona in Dio è rapporto. Il Figlio è tale perché è in rapporto col Padre e il Padre è Padre perché è in rapporto col Figlio, per cui l’essenza della persona sta in questo arco che congiunge due persone.


IMPEGNO:

Entrerò in una Chiesa per stare un po’ di tempo “presso il Padre”.





© Testi a cura dell'Ufficio della Pastorale Universitaria di Roma



10 marzo 2017

#incontroTe

10 marzo 2017  -  Venerdì







Siate santi, perché io sono santo
(Lv 11,44)




Un rapporto personale con Dio


I salmisti sono quelli che hanno dato del Tu a Dio. Il tu esprime un rapporto personale profondo. Quando un’amicizia si approfondisce, dare del tu a una persona significa dirle siamo amici. Per questo le nostre preghiere sono passate insensibilmente dal voi al tu. Non è questione di diminuire nell’amore o nel rispetto al Signore, ma di stabilire con Lui un rapporto più personale.
Quando Dio cessa di essere un tu a cui mi rivolgo e diventa un entità su cui disquisisco, tutto frana. Non si può vivisezionare il mistero di Dio attraverso categorie astratte. In Dio la persona è essenzialmente rapporto, relazione, è un totale ordinarsi all’altro. E così il Figlio vive il suo rapporto con il Padre.

IMPEGNO:

Starò attento alle mie relazioni con l’altro tenendo a bada ciò che mi impedisce di essere verace.





© Testi a cura dell'Ufficio della Pastorale Universitaria di Roma



05 novembre 2016

La segnaletica della settimana

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (20,27-38)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Per riflettere...

“Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo” scrive Paolo. Tra le preghiere di saluto che iniziano la celebrazione eucaristica ce n’è una che è tratta da questa citazione. “Il Signore che guida i nostri cuori nell’amore e nella pazienza di Cristo sia con tutti voi”.
L’invito alla pazienza, alla capacità di “patire” è propedeutico a vivere il nostro rendimento di grazie. Pazienza da patior: soffrire! Pazienza è la capacità di patire come Cristo.... Lui ha faticato, ha sofferto ascoltando la Parola viva di Dio. Ha saputo interpretare le prove della sua vita alla Luce della realtà del Dio “di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. Così come ogni altra difficoltà che gli hanno posto davanti.
Gesù si dimostra paziente nei confronti dei Sadducei che lo interrogano su “meta-problemi”, su considerazioni che non aiutano a vivere. I Sadducei lo coinvolgono in questioni irrilevanti per la concretezza della vita o quanto meno su questioni di secondaria importanza. Loro vogliono metterlo in difficoltà sulla certezza della Vita che non finisce ma che incontra lo scoglio inaggirabile della morte. Lui ne approfitta per ricordare che Dio è il Dio della vita. È il Dio che assicura la Vita. Che con la sua Parola libera la vita dalla paura e dalla morte.
È il Dio che permette di attraversarle entrambe perché offre un’ancóra di speranza. Chi ama e lo ama non muore. Chi ama Dio, chi sperimenta la verità della sua Parola, e la gioca fidandosi, “non può morire”. Come i patriarchi che non muoiono perché inseriti nella relazione con Dio. Una relazione eterna, che continua a generare alla vita.
La relazione con Dio è eterna, senza limiti, rigenera sempre. Permette di pazientare, di sopportare la sofferenza in ogni situazione, perché offre una direzione, un senso.
Il senso che Cristo ha manifestato: La vita ci attende nella fiducia in Dio Padre e nel nostro essere figli nel Figlio. Gesù Cristo è il primogenito dei morti, come recita l’apocalisse. A Lui spetta la gloria e la potenza perché ha vissuto pazientando nell’Amore di Dio. Si è fidato dell’Amore di Dio ed ha saputo “soffrire bene”. Nella vita fatta di fatiche e incomprensioni lo stile di Gesù manifesta una vita che non finisce, anche quando si scontra con lo scoglio inaggirabile della morte, della sofferenza, del dramma, della catastrofe, dell’ingiustizia, dell’incomprensione perché è “nell’amore di Dio”
Allora credo che dobbiamo pregare affinché “Il Signore guidi i nostri cuori all’amore di Dio e alla Pazienza di Cristo”. Per poter ringraziare della possibilità di affrontare la vita sapendo che siamo nati per non morire più!


(Commento a cura di don Giordy)

09 ottobre 2016

La segnaletica della settimana

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (17,11-19)
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».


Per riflettere...
Cos’è più importante la regola o la relazione? È più importante il rispetto della norma o il rispetto di un amico? Il Laccio della legge o il Legame della gratitudine?!
A sentire Gesù pare non ci sia dubbio. La legge, la salute pubbica è importante, ma la salvezza sta nella relazione grata. La legge stabilisce le norme per i popolo e tra il popolo e Dio. La relazione costituisce il cittadino del Regno. Se la norma tutel
...a l’appartenenza al popolo, la relazione personale e grata rende parte viva del Regno.
Tutti e dieci i lebbrosi seguono alla lettera l’invito di Gesù ad andare a presentarsi ai sacerdoti, secondo la prescrizione della Torah per i sanati. Solo i sacerdoti sancivano la salute e il rientro nella comunità dei lebbrosi. Uno solo torna sui suoi passi e rende grazie a Gesù. Uno scismatico, eretico, abituato a riferirsi a Dio al di là della stretta osservanza legale. È stato salvato chi non viveva in una piena appartenenza al popolo.
La parola di Dio non è incatenata ad una rigida interpretazione “alla lettera”. La parola di Dio è vincolata ad un’esperienza salvifica: l’incontro relazionale con Dio in Gesù. Occorre vivere quest’incontro per essere salvi, entro tutte le realtà che viviamo come appartenenti al popolo di Dio. Per poter vivere la pienezza di vita nella legge e oltre la legge, anche quando si è incatenati o nella fatica, occorre non solo osservare la legge ma essere grati dell’incontro con il Signore. Quest’incontro si realizza - è pieno e vitale - non soltanto quando riconosciamo l’intervento di Dio, che ha sempre l’iniziativa e vuol giungere a tutti – appartenenti o meno al popolo, ma quando noi rispondiamo al suo invito. Quando noi scegliamo di reincontrare lui, di rendere grazie a Lui, andando anche oltre la rigida osservanza della legge.
Quest’incontro è la base su cui poggiare per entrare nel Regno, attraverso l’appartenere al popolo. Quest’incontro è la terra su cui costruire la propria dimora, lo spazio e il tempo in cui abitare. Per questo ricordiamo la richiesta di Naaman il Siro. Ha voluto portare con sé la terra bagnata dal Giordano, perché in esso - il dignitario lebbroso guarito - riconosce la presenza di Dio. Di quell’incontro salvifico vuol portar con sé qualcosa su cui fondare il suo rapporto con Dio, attraverso cui ricordare – fare memori a?– del suo rapporto con Lui.
Qual è il tuo ricordo? Qual è stato il tuo incontro con il Signore? Come intessi il tuo personale rapporto con Lui? Entro ed oltre la norma? O ti fermi alla mera osservanza… “Dieci osservanti sono stati guariti, uno solo si è salvato davvero”! Il meno ligio, forse, ma che vive la relazione grata con Cristo.


(Commento a cura di don Giordy)


17 luglio 2016

La segnaletica della settimana

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)



Dal Vangelo secondo Luca (10,38-42)
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».



Per riflettere...
Al centro dell'azione di Gesù, in questa XVI domenica del Tempo Ordinario, ci sono due donne. Strano per quel tempo dare tanta importanza alla donna, eppure anche i discepoli, che erano in cammino, spariscono dalla scena.Ma chi sono, dunque, queste donne da attirare tanto oggi la nostra attenzione?

Possiamo trovare alcuni particolari splendidi nel racconto di oggi: Maria ascolta Gesù seduta, come facevano i discepoli con i rabbini, ed è Marta ad accogliere il Maestro.Maria e Marta non differiscono, ma si completano: sono la preghiera e l'azione che devono abitare la nostra vita!

Maria ascolta con attenzione le parole del Maestro, se ne abbevera perché parlano al suo cuore e sono sorgente di serenità e di gioia; Marta realizza la beatitudine dell'accoglienza, la concretezza dell'amore e dell'ospitalità. Anche lei sa che l'ascolto del Maestro è l'origine di ogni incontro, ma sa anche che questo incontro se non diventa azione non può cambiare la vita, resta sterile e incoerente.

Chiediamo allora al Signore di darci il cuore di Maria e le mani di Marta!




11 dicembre 2015

La segnaletica della settimana

III DOMENICA DI AVVENTO (Anno C) GAUDETE


Dal Vangelo secondo Luca (3,10-18)

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.



Per riflettere...
«Che cosa dobbiamo fare?»: è la domanda che sorge nel nostro cuore quando ci guardiamo dentro, quando lasciamo che il silenzio evidenzi, smascheri la nostra sete di felicità e di bene...
Una domanda del genere è sempre difficile farsela, soprattutto farsela ad alta voce davanti agli altri come avviene in questo brano del Vangelo di Luca.

Giovanni risponde in maniera dolce e sorprendente: consigli spiccioli, all'apparenza banali, ben diversi dai proclami che ci aspetteremmo, dalle scelte radicali che dovrebbe proferire: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto... Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato... Non maltrattate...».
La risposta di Giovanni tocca dimensioni importanti della nostra vita quotidiana.
- La dimensione relazionale: si può vivere circondati da tante persone, ma ritrovarsi soli perché con nessuno si ha il coraggio di condividere quello che si ha.
- La dimensione politica: essere capaci di vivere la politica come la più alta forma di Carità, come dicevano Giorgio La Pira e Paolo VI.
- La dimensione sociale: avere il coraggio di amare e rispettare chi, accanto a noi, non ha le nostre stesse idee... avere il coraggio di osare la pace e l'amore ed il rispetto dell'altro.

«Che cosa dobbiamo fare?». Una cosa (già difficile) è farsi la domanda, un'altra è essere capaci di ascoltare la risposta, viverla, com-prenderla, e com-prenderla in presenza di altri.
Il tempo di Avvento è una grande opportunità per guardare nella nostra vita e nella nostra storia per ritrovare noi stessi - forse anche rischiando di perderci - per scoprire che ad attendere non siamo noi, ma è Dio che ci attende, e nell'attesa non smette di chiedersi: «Che cosa devo fare per farti capire che ti amo, amo la vita che ho creato?».

05 settembre 2015

La segnaletica della settimana

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno B)

Dal Vangelo secondo Marco (7,31-37)


In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».



Per riflettere...
Se dovessimo dare un titolo al Vangelo di oggi potremmo usare questo: «LA RELAZIONE RITROVATA».
Il testo del Vangelo di questa domenica parla proprio di noi... parla di me perché la mia vita altro non è che percorrere la stessa avventura del sordomuto della Decàpoli: ognuno in fondo è un uomo che non sa parlare e un uomo che non sa ascoltare.
Quante sordità ci abitano nella vita, create dal dubbio e dalla paura o spesso anche dalla indifferenza?

Ma il Signore non rimane indifferente davanti ai nostri silenzi e alle nostre solitudini: «Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: Apriti!».
Questi gesti compiuti sul sordomuto è ciò che il Signore continua a fare con me: mi tocca in ogni gioia e in ogni fatica, mi tocca in ogni fratello che mi viene incontro, nel piccolo e nel povero, nell'anziano solo che nessuno ascolta... mi tocca e mi restituisce il dono di ascoltare e parlare correttamente con parole che sanno toccare il cuore. E la relazione è ritrovata!

Il Vangelo di questa domenica ci fa anzitutto capire come in Gesù l'uomo possa sempre ritrovare se stesso e ancor di più «il miracolo del sordomuto... racconta soprattutto il miracolo di un Dio infinitamente aperto e che vuole ogni uomo a sua immagine e somiglianza (A. Anzani Colombo), capace di ascolto e di dialogo vero».

  

14 agosto 2015

La segnaletica della settimana

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno B)

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,51-58)


In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
 




Per riflettere...
Il discorso che andiamo leggendo da alcune domeniche, il discorso pronunciato da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, prosegue oggi con un brano che insiste su un concetto-chiave. Negli otto versetti di questo Vangelo Ge­sù per otto volte ri­pete: «Chi mangia la mia carne... vivrà in eterno». E ogni vol­ta ribadisce il perché di que­sto mangiare: per vivere, per­ché viviamo davvero.

Non ci stancheremo mai di proclamare che se c'è un Dono che Gesù ha fatto a noi, sorpassando ogni nostra immaginazione, è il Dono di Se stesso, come cibo della Vita, ossia il Suo Corpo e il Suo Sangue nel sacramento dell'Eucaristia... un Dono che i Giudei non riuscirono a capire, accogliere, per questo mormoravano: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
«Chi mangia la mia carne e be­ve il mio sangue ha la vita e­terna». Ma cos'è questa «vita eterna»? Una vita dopo la morte di cui potrò godere al­la fine dell'esistenza? No! La vita eterna è già cominciata: una vita diversa, profonda, giusta, che ha in sé la vita stessa di Gesù, buona, bella e beata.
 

Ma la vita eterna, questa vita eterna che Gesù mi offre, mi interessa davvero?
Tutti siamo cercatori di vita... affamati di vita. Ognuno di noi, nessuno escluso, può dire: Sì, io voglio per me una vita che sia vera e piena... voglio giorni felici! Ma come posso trovare questa vita?
La troveremo solo in Gesù: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui... vivrà». Bello questo invito a fare casa con Gesù, bello e impegnativo. E' la condivisione di tutta la vita. Mangiare e bere Cristo significa essere in comunio­ne con il suo segreto vitale: l'Amore. Cristo possiede il se­greto della vita che non muo­re e vuole trasmetterlo. A noi la possibilità di accoglierlo o meno.

 




25 luglio 2015

La segnaletica della settimana

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno B)

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,1-15)



In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
 


Per riflettere...
Il miracolo del pane  è un evento che si è impresso in modo inde­lebile nei discepoli. Esso racconta qual­cosa di molto più grande e bello che non la semplice moltiplica­zione di cinque pani e due pesci.
Il Vangelo neppure par­la di moltiplicazione ma di di­stribuzione, di un pane che non finisce. E mentre lo di­stribuivano il pane non veni­va a mancare, e mentre pas­sava di mano in mano restava in ogni mano.

Cinquemila uomini sul monte, nel luogo dove Dio è più vicino, hanno fame, fame di Dio. A Gesù nessuno chiede nulla, è lui che per primo si accorge e si preoccupa: «Dove potre­mo comprare il pane per lo­ro?». Alla sua generosità corrispon­de quella di un ragazzo: anche a lui nessu­no gli chiede nulla, ma lui mette tutto a disposizione. Invece di pensare: «Che cosa sono cinque pani per cinquemila persone? Sono meno di niente, inutile sprecarli. E la mia fame?», dà tutto quello che ha, senza pensare se sia molto o se sia poco. È tutto!
Questo è il primo e vero miracolo: il miracolo della CONDIVISIONE!


Modello del discepolo oggi è un ragazzo senza nome e senza vol­to, che dona ciò che ha per vivere, che con la sua generosità innesca la spirale della condivisione, vero miracolo.
Per una misteriosa regola di­vina, quando il mio pane di­venta il nostro pane accade il miracolo. La fame finisce non quando mangi a sazietà, ma quando condividi fosse pure il poco che hai.
Noi non siamo i padroni delle cose; tutto quello che incon­triamo non è nostro, è vita che viene in dono da Altrove e va oltre noi. Chiede cura, co­me per il pane del miracolo, perfino nelle sue briciole: niente deve andare perduto.
Impariamo ad accogliere e a benedire: gli uomini, il pane, Dio, la bellezza, la vita, e poi a condividere. Questo sarà fonte di felicità.

21 luglio 2015

Briciole di vita

TURIN FOR YOUNG 2015

In occasione dell'Ostensione della Sindone, nel week end 20-21 giugno 2015, un gruppo di giovani partiti da Roma insieme a sr M. Cristina pddm, hanno vissuto un pellegrinaggio a Torino con l'esperienza di una mini GMG organizzata dalla diocesi in occasione anche della visita di papa Francesco.


Introdotti da una catechesi e accompagnati dalla vita dei santi piemontesi, ripercorrendo simbolicamente le loro orme, i giovani hanno potuto vivere l'esperienza de L'Amore più grande sostando in preghiera davanti alla Sindone.
La domenica pomeriggio, poi, insieme a tutti i giovani  convenuti da ogni parte d'Italia e del mondo, si sono stretti attorno a papa Francesco per assaporare il respiro di essere una Chiesa giovane, una Chiesa in uscita, una Chiesa che non ha paura di andare controcorrente le logiche egoistiche che sembrano invadere questo mondo!

Il pellegrinaggio a Torino è stato per molti anche la conclusione di un cammino che ha visto i giovani partecipanti all'iniziativa impegnati nel percorso proposto loro dei "Pomeriggi di spiritualità" svolti durante l'anno, una domenica al mese, presso il nostro Centro Giovanile "Casa Pinuccia".

Ad un mese ecco alcune testimonianze di chi ha vissuto in prima persona questa esperienza "da Dio"...

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Per me Torino ha significato un insieme di conferme e di scoperte.
Molto di ciò che è stato detto nelle catechesi, dal Papa e anche dalla vita dei santi è andato a dare forza e continuità al mio percorso di conversione.
Quello che porterò sempre nel cuore sono le parole del Papa sul “vivere la vita castamente, coinvolti in progetti costruttivi” e sul “non andare in pensione presto”, che riprendono altre parole che difficilmente dimenticherò, quelle del beato Frassati: “Vivere, non vivacchiare”.
Cosa c’è di meglio che relazionarsi con integrità di cuore?
Cosa c’è di meglio che vivere coinvolti, cioè appassionati, in un progetto costruttivo?
In poche parole: Cosa c’è di meglio che vivere un “Amore più grande”?
Nulla può essere più appagante di una vita spesa per un progetto costruttivo alimentato da passione e serietà di intenti.
Questa prospettiva è stata un’iniezione di forza alla mia piccola fede, un’ennesima prova di non essere solo e in balia degli eventi.
C’è anche una certa paura eh, perché si dà tutto, anche le sicurezze attuali, ma confidando nel Signore questa può diventare senso di responsabilità e quindi ulteriore forza per proseguire verso questo “più”.
Claudio


Diverse volte ho letto di pellegrinaggi per l"Ostensione della Sindone", rifiutati perché trattenuta da cause di forza minore, ma comunque ostacolanti. Quotidianamente però il mio cuore chiedeva e cercava una soluzione per  partire, finché non è arrivato l'invito di Suor Cristina. Ultimo weekend possibile, una piccola GMG col Papa. Sacco a pelo, zaino in spalla e energia, tanta energia. Siam partiti. Persone nuove, sconosciute, ma che da lì a poco sarebbero diventati i compagni ideali per una nuova esperienza. Arrivata a Torino, ho staccato la spina da quella quotidianità che troppe volte mi risucchia in un vortice di pensieri e problemi, che mi allontanano da Chi nonostante tutto continua ad amarmi. Arrivata a Torino ho trovato la pace, la sicurezza, la bellezza che il mondo con la sua frenesia mi nasconde. Un cammino tra i Santi ci ha preparato e guidato verso il fine primo di questo pellegrinaggio, la Sacra Sindone. Non trovo le parole per raccontare ciò che ha vissuto il mio cuore, amore tanto amore per Chi mi ha donato la vita. Ognuno col suo bagaglio di emozioni, siam giunti a una notte di preghiera sotto le stelle, con tanti giovani che come me hanno trovato Dio e un senso alla propria vita. Una notte di preghiera in preparazione alla domenica col Papa. Piazza Vittorio, il 21 giugno era in festa, trionfante davanti a chi con parole di conforto e bontà ci dà la forza di sperare in un cambiamento. Giorni intensi, veri, forti. Giorni che rimarranno nel mio cuore insieme ai diecimila sguardi che con me hanno vissuto questa esperienza.
Elena


04 luglio 2015

La segnaletica della settimana

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno B)

Dal Vangelo secondo Marco (6,1-6)


In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.


Per riflettere...
Spesso pensiamo che se fossimo vissuti ai tempi di Gesù, se lo avessimo conosciuto in carne ed ossa, sarebbe molto più facile credere. Vederlo fare miracoli straordinari, sentirlo parlare, vederlo mandare su tutte le furie i benpensanti con gesti fuori da ogni schema (come perdonare i peccatori incalliti o accarezzare gli ultimi, i più poveri...). Marco, questa volta, ci smentisce!

Agli abitanti di Nazaret non è servito a nulla aver visto (letteralmente) crescere Gesù, né è bastato loro sentirlo predicare, tantomeno pensare ai prodigi compiuti da lui. In fondo, pensano, lo conosciamo! Conoscono la sua famiglia, sanno che lavoro faceva, ecc. ma non possono proprio ammettere che quel ragazzino che giocava fra le strade polverose del paese e che lavorava come falegname potesse essere qualcosa di più, di molto di più. E allora anche i miracoli non dicono nulla, anzi, diventano scandalo, inciampo nella fede.

Forse anche a me capita di pensare di conoscere Gesù, e di pensare che, in fondo, non abbia nulla di più da dire alla mia vita che "fai questo, non fare quello, comportati bene, ama il prossimo tuo come te stesso..." e così gli chiudo anch'io la porta in faccia, come gli abitanti di Nazaret. Rischio grosso, rischio serio, che fa perdere di vista il dono grande di avere, come compagno di strada e Maestro, niente meno che Dio stesso. In carne ed ossa.

06 febbraio 2015

La segnaletica della settimana

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno B)

Dal Vangelo secondo Marco (1,29-39)


In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.


Per riflettere...
«Tutti ti cercano!». Quella di Simon Pietro e dei suoi amici non è una constatazione, ma un grido d'allarme. Vogliono dire a Gesù: "ma insomma, dove ti eri cacciato? Sparire così ancora di notte... ci hai fatto prendere un grosso spavento!". Quasi che Gesù sia un bambino di quattro anni, sprovveduto e da difendere...
 
Gesù, a suo modo, è un "personaggio". Non solo parla bene (il che, detto fra noi, non guasta), ma soprattutto guarisce da tutti i mali fisici e spirituali, manda via ogni tipo di forza negativa con la sua sola presenza... insomma, è una "forza"! E il pericolo che vede (e del quale nella lunga preghiera notturna avrà parlato al Padre?) è di essere preso per un guaritore, uno che risolve i problemi più o meno superficiali delle persone, e quindi di trascurare la sua vera missione: liberare dal male, proclamare il Regno, redimere il mondo.

 «Tutti ti cercano!»: questo resta vero anche per noi. Anche se, a giudicare dal deserto che c'è in certe parrocchie non sembrerebbe proprio! Eppure la gente è assetata di Dio, è assetata di Gesù. E quando non sa dove "sbattere la testa" facilmente si rivolge per un aiuto, o anche solo per essere ascoltata, ai consacrati, o alla Caritas, o a qualcuno che "profuma di Gesù".

Tanti cercano Gesù, anche noi, ma quello che fa la differenza è il motivo per cui Egli è qui, è tra noi, è per noi.
Lui è venuto e viene per portare vita, per portare la vita vera. Quanto siamo disposti ad accettare che questo possa andare contro le nostre aspettative e ci chieda, una volta che lo abbiamo trovato, ad "uscire" dalle nostre sicurezze, perché anche altri abbiamo la vita e la gioia?

13 giugno 2014

La segnaletica della settimana

SANTISSIMA TRINITA' (anno A)

Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio...
Dal Vangelo secondo Giovanni (3,16-18)

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».


Per riflettere...
Per illuminarci un po' sul  mistero della SS. Trinità, la liturgia ci propone questi pochi versetti del Vangelo secondo Giovanni.
E Gesù ci racconta di una relazione... la relazione d'amore fra Padre e Figlio, e fra Padre e mondo. Perché non si capisce, la Trinità! è un mistero troppo grande, che si intuisce solo quando la si incontra, la si vive. 

Il senso della solennità della SS. Trinità, che dà colore a tutta questa settimana, è in fondo tutto, semplicemente, in questa relazione. In questo Dio, Padre, che non si rassegna a vedere il mondo sprofondare nel non-senso del non-amore, e sceglie di "dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna", perché in questo Amore (vero nome e vera identità dello Spirito Santo) abbiamo la vita, quella vera.

Ecco qualcosa che ci può essere di luce, di gioia, per tutta la settimana e per tutta la vita. Perché in questo vortice di vita e di amore ci siamo anche noi! Dio vuole che ci sia tu, proprio tu, con tutto te stesso, al punto di coinvolgersi tutto per te. Perché tu, e ogni uomo e donna nel mondo, abbia la vita e porti vita! 

27 marzo 2014

Musica!

UN ABBRACCIO UNICO - Ron



Come tutte le cose belle, anche l'ultimo Abum di Ron si è fatto aspettare e dopo 5 anni lo rivediamo salire sul palco dell'Ariston donando al pubblico "Un abbraccio unico" che ripaga abbondantemente la lunga attesa.
Originali il titolo della sua canzone e del suo Album, originale come chi ce li presenta dopo essere stato in ombra per tanto tempo. Un Album all'insegna dell'Amore, ma, questa volta si parla di un Amore diverso, un Amore che viene affrontato nella concretezza del vivere e del sognare... come unico legame (e ricerca) capace di dare senso al vivere.

"Un abbraccio unico" ciò di cui l'uomo è assetato, si, perchè dinanzi ai mille
gesti che possono esprimere Amore, nulla raggiunge il calore di un abbraccio.







Siamo continuamente alla ricerca di relazioni, è
normale, l'uomo è fatto per relazionarsi ma questa ricerca spesso esige
l'incontro con 'quella persona' alla quale donare tutto l'amore che abbiamo
dentro e che è in grado di tirare fuori il meglio di sè e di noi. Semplificando
il nostro atteggiamento così "complicato e stupido davanti all'amore"
(cit.) ci si ritrova nella splendida armonia di gioia di un semplice abbraccio,
di un abbraccio unico capace di andare al cuore dell'essere.


Tutti siamo alla ricerca di questa persona
speciale, di un abbraccio indelebile, desiderosi di essere amati...

Eppure di Amore ne riceviamo in abbondanza, ma, non
sempre ce ne accorgiamo, già, perchè è più facile alzare gli occhi al cielo
quando siamo tristi o bisognosi, quando tutto è avvolto da un'oscurità che
c'impedisce di guardarci intorno... e siamo incapaci di vedere!


Ma anche quando la salita diventa ripida, quando
le nuvole oscurano il sole, e quando nulla ci sembra che vada per il verso
giusto basterebbe alzare lo sguardo nella direzione giusta e vederLo appeso
ad una croce... con le sue braccia larghe pronte ad abbracciarci....


Il Suo si che è stato un "vivere" pieno di
significato, un vivere a pieno il suo passaggio terreno, un vivere "ricco",
tanto ricco da permettergli di abbracciarci tutti uno ad uno, singolarmente,
dall'alto del suo trono, dalla sua croce...


Madre Teresa diceva: "La vita è una croce, abbracciala"
eh si, perchè solo in quell'abbraccio potremo sentire il compimento dell'Amore,
quello che va oltre il contatto che fa sentire il battito di due cuori, quello
che ci permette di sentire un solo battito all'unisono con chi ci apprezza
nonostante le nostre incapacità, ci Ama, nonostante la nostra pochezza nel
saper Amare, battito all'unisono... con il Suo
!


"Quello sguardo complice che non trova mai le parole" è la testimonianza di
quella ricerca di affinità che tocca la vita, non solo il pensiero o le
emozioni interiori, ma proprio l'esistenza, il vissuto, che 'abbraccia' il
corso del proprio vivere e non di un solo momento, di una curva, di una salita,
di un tornante, no... ma di tutta l'esistenza
!


Gesù è aperto a tutti; tutti possono andare da Lui, nessuno è
escluso o tagliato fuori. Tutti sono degni dell’incontro con Lui si, perchè Lui
ha misericordia e abbracci per tutti.

 

 
Per riflettere...

- Prova a dare una definizione di abbraccio...

- Ti sei mai sentito abbracciato/a senza essere vicino a chi
condivide il gesto?


- E dal Signore? Ti è mai capitato di sentirti avvolto in un Suo
abbraccio?

- Se no, credi sia possibile?

 
 

12 marzo 2014

...e sarà Pasqua!


Con il tempo di Quaresima esce sul nostro BLOG la rubrica che prende nome: "...e sarà Pasqua!".
Qui puoi trovare per ogni settimana qualche spunto di riflessione attraverso immagini e simboli che arricchiscono questo tempo favorevole.
In questa seconda puntata ci lasciamo condurre dall'immagine del DESERTO...

 
Siete mai stati in un deserto? A me è capitato durante il pellegrinaggio in Terra Santa, ci hanno portato nel Deserto di Giuda, poco fuori Gerusalemme, lo stesso deserto percorso da Gesù.
Quando ti trovi lì, ti guardi intorno e vedi solo rocce e nient’altro, ti senti assalito da due sensazioni che sembrano contrastanti: un grande stupore perché il paesaggio ha un fascino particolare e la paura perché intorno a te non scorgi alcun segno di vita.

Terra Santa, il Deserto di Giuda
Il deserto è un luogo veramente speciale perché ti costringe all’essenzialità, non ti puoi portare dietro tutte le tue comodità e le cose che ti danno sicurezza, devi ridurre tutto a ciò che è strettamente necessario per la sopravvivenza, il superfluo è un peso inutile.
Il deserto è anche il luogo in cui impari il valore delle cose, comprendi l’importanza di ciò che hai: altrove una pozzanghera non l’avresti degnata di uno sguardo, nel deserto è un vero tesoro.
La Chiesa ci fa iniziare il cammino della Quaresima con il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto e ci indica proprio questo luogo non solo uno spazio fisico ma come uno stile da adottare, da fare nostro, ci invita a vivere questo tempo come un “tempo di deserto”.
Ma che significa? Come si fa a vivere un “tempo di deserto” e, soprattutto, a cosa serve?
Si vive il deserto imparando a scegliere cosa ci è davvero necessario e mettendo da parte ciò che è superfluo, non perché sbagliato ma semplicemente perché non indispensabile. Non intendo solo i “beni materiali” ma anche esperienze e relazioni che, pur non avendoci nulla di male, non sono così necessarie e possono quindi appesantire la mia vita.
Tutto questo non per dimostrare di essere capaci di sopravvivere con poco ma per capire cosa veramente è importante e prezioso nella mia vita, spesso sottovalutiamo ciò che veramente conta e sopravvalutiamo quanto è secondario.
Il deserto della Quaresima è un’occasione preziosa per rimettere ordine nella nostra vita e fare spazio a Dio affinché possa riempirla della sua presenza.

Don Matteo Castellina

10 dicembre 2013

Per te... giovane!

Carissimi giovani,
avete già pensato come trascorrere le prossime vacanze natalizie?
Ebbene.... noi abbiamo una proposta che fa proprio per voi: NON LASCIATEVELA SCAPPARE!!!


PER GIOVANI (20-35 anni):
ESERCIZI SPIRITUALI
"Se non ami..."
27-30 dicembre 2013
Centro Giovanile "Casa Pinuccia" - ROMA
Info: sr. M. Paola Gasperini - paola.g@pddm.it - 333 1964930


(Se vuoi puoi fermarti con noi per dare inizio al nuovo anno e partecipare alla Messa per la pace con papa Francesco)

 
PER GIOVANISSIMI (14-18anni):
CAMPO INVERNALE
"Amare... perchè?"

27-30 dicembre 2013
Monte Etna - CATANIA
Info: sr. M. Vittoria Berloco - vittoria.b@pddm.it - 333 2499771

VI ASPETTIAMO... NON MANCATE!!!