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19 marzo 2017

#incontroTe

19 marzo 2017  -  III Domenica di Quaresima







Ha sete di te, Signore, l’anima mia
(Sal 62,2)




Come la samaritana presso il pozzo di Sicar


Anche la persona umana si realizza nel rapporto nell’apertura. Questo è lontano da certe definizioni di persona troppo filosofiche. Il vivere per conto proprio (subsistere in se) è l’essere diviso dagli altri. Se ci rifacciamo al modello divino la persona è essenzialmente un protendersi verso il fratello, un fargli compagnia lungo la strada della vita, proprio quello che Dio fa con ciascuno di noi.

Due poli che non si distinguono: relativi a noi proprio perché agganciati al Signore nella contemplazione e nella lode.
Esse ad è un atteggiamento fondamentale della carità: stare accanto per servire. È un’illusione tragica quella della persona che crede di costruire se stessa chiudendosi nel proprio egoismo. Raul Follerau ha detto: “Nessuno ha il diritto di essere felice da solo”. Ma si potrebbe dire anche di più: “Nessuno riesce a essere felice da solo”. Se ci chiudiamo in noi stessi intristiamo, non costruiamo la felicità. La felicità si costruisce nel rapporto. È aprendoci all’altro, ai suoi bisogni che realizziamo noi stessi e diventiamo felici.


IMPEGNO:

Farò di tutto per portare Gioia a qualcuno.





© Testi a cura dell'Ufficio della Pastorale Universitaria di Roma



17 marzo 2017

#incontroTe

17 marzo 2017  -  Venerdì







Mi hai rivestito delle vesti di salvezza
(Is 61,10)




Assistere!

L’amore a Dio separato dall’amore ai fratelli è inautentico. E un amore ai fratelli separato dall’amore a Dio manca di linfa vitale, diventa pura filantropia. Il verbo “assistere” – usato comunemente per indicare un’attenzione particolare a persona o cosa – incarna pienamente la richiesta di corrispondenza d’amore della prima lettera di Giovanni. Infatti “adsistere”: ad dice un rapporto profondo. Stare accanto a Dio e accanto ai fratelli. Stare accanto è la forma più elementare e più bella di carità che potremmo anche tradurre “impegnarsi nella storia con Cristo”.


IMPEGNO:

Scelgo di mettere al centro della mia giornata una attenzione particolare alle persone che incontrerò.





© Testi a cura dell'Ufficio della Pastorale Universitaria di Roma



10 marzo 2016

Face... to face

Spesso mi pongo la domanda: “Cosa c’è dopo la morte?”. Nel Vangelo molte volte sento che Gesù parla di vita eterna, quindi si potrebbe intendere una promessa per l’aldilà, per quello che sarà dopo la morte… Ma cos’è davvero questa vita eterna?

Susanna

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Ciao Susanna,


dici bene tu, la vita eterna di cui si parla nel Vangelo è una promessa che Gesù fa ai suoi. La vita eterna è vivere nel cuore di Dio, anzi la vita eterna è Dio stesso.

Ma vorrei dirti che, sicuramente siamo orientati verso il cielo, la nostra vita eterna si costruisce già qui, vivendo bene e responsabilmente ogni giorno, portando avanti le cose che ci riguardano, diventando uomini e donne di parola, facendo del bene alle persone che incontriamo. Al resto, quello che verrà dopo, ci penserà Dio. Fidati e sarai felice…!

Ciao!


don Tony
   

11 dicembre 2015

La segnaletica della settimana

III DOMENICA DI AVVENTO (Anno C) GAUDETE


Dal Vangelo secondo Luca (3,10-18)

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.



Per riflettere...
«Che cosa dobbiamo fare?»: è la domanda che sorge nel nostro cuore quando ci guardiamo dentro, quando lasciamo che il silenzio evidenzi, smascheri la nostra sete di felicità e di bene...
Una domanda del genere è sempre difficile farsela, soprattutto farsela ad alta voce davanti agli altri come avviene in questo brano del Vangelo di Luca.

Giovanni risponde in maniera dolce e sorprendente: consigli spiccioli, all'apparenza banali, ben diversi dai proclami che ci aspetteremmo, dalle scelte radicali che dovrebbe proferire: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto... Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato... Non maltrattate...».
La risposta di Giovanni tocca dimensioni importanti della nostra vita quotidiana.
- La dimensione relazionale: si può vivere circondati da tante persone, ma ritrovarsi soli perché con nessuno si ha il coraggio di condividere quello che si ha.
- La dimensione politica: essere capaci di vivere la politica come la più alta forma di Carità, come dicevano Giorgio La Pira e Paolo VI.
- La dimensione sociale: avere il coraggio di amare e rispettare chi, accanto a noi, non ha le nostre stesse idee... avere il coraggio di osare la pace e l'amore ed il rispetto dell'altro.

«Che cosa dobbiamo fare?». Una cosa (già difficile) è farsi la domanda, un'altra è essere capaci di ascoltare la risposta, viverla, com-prenderla, e com-prenderla in presenza di altri.
Il tempo di Avvento è una grande opportunità per guardare nella nostra vita e nella nostra storia per ritrovare noi stessi - forse anche rischiando di perderci - per scoprire che ad attendere non siamo noi, ma è Dio che ci attende, e nell'attesa non smette di chiedersi: «Che cosa devo fare per farti capire che ti amo, amo la vita che ho creato?».

26 settembre 2015

La segnaletica della settimana

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno B)

Dal Vangelo secondo Marco (9,38-43.45.47-48)
 
In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.
Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».



Per riflettere...
L’intervento un po’ forte di Giovanni, che “blocca” un tale che compie miracoli nel nome di Gesù pur non essendo fra gli apostoli, provoca una reazione decisa da parte del Maestro.
A ben guardare, Giovanni non ha fatto nulla di eccezionale: quell’uomo non era fra i discepoli, non seguiva il Signore come loro… come si permette di compiere miracoli con la forza di Cristo?

Ecco allora che il Maestro stesso deve rimettere le cose in chiaro:
1) nessuno può pensare di avere un’esclusiva su Gesù. Tantomeno i discepoli…
2) per quanto possa sembrare strano, non sono le “grandi cose” a svelare il cuore, ma le piccole, quotidiane, semplici come dare un bicchiere d’acqua;
3) tutto ciò che porta al bene, è di Dio. Detto così, è un’ovvietà, ma proviamo a pensare quanto costa, alle volte, ammettere che anche quelli che non la pensano come noi, e che magari credono in un altro dio, possano essere davvero buoni, vicini al Padre e capaci di vera carità…

Poche linee, date da Gesù ai discepoli, ma che sono segnali per la strada dei discepoli di tutti i tempi. Anche per te e per me, in cammino dietro al Maestro!
 
 


13 febbraio 2015

La segnaletica della settimana

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno B)

Dal Vangelo secondo Marco (1,40-45)


In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.


Per riflettere...
 Gesù incontra un lebbroso. Ai nostri occhi un lebbroso è un malato piuttosto ripugnante (che perde letteralmente i pezzi), escluso dalla società perché contagioso... Tutte cose vere, ma per la mentalità degli Ebrei del tempo di Gesù c'era molto, ma molto di più.
Un lebbroso era un morto-vivente. Uno zombie, condannato a morire da vivo perché "sicuramente avrà commesso qualche grave peccato". Malato, abbandonato dalla società, considerato come maledetto e abbandonato da Dio stesso.

Questo lebbroso azzarda: ha sentito dei miracoli di Gesù e gli va incontro.  «Se vuoi, puoi purificarmi!». E' un atto di fede, quello del lebbroso, e una richiesta di misericordia. E Gesù, misericordia del Padre, può non avere compassione di lui? E allora azzarda anche lui,e  più di lui: lo tocca! Gesù azzarda non perché rischia il contagio della lebbra, ma il contagio dell'impurità e della maledizione. Eppure non se ne cura: "Egli si è caricato delle nostre iniquità, si è addossato i nostri dolori" (Is 53,4), sentiremo ripetere fra non molti giorni nella liturgia.

Gesù non ha paura delle nostre miserie e dei nostri peccati, per quanto siano grandi. Per Lui, nulla vale di più di... te! Che bello pensare che possiamo affidarci totalmente, liberamente a Lui, senza vergogna! E poter alzare anche noi il nostro grido: «Se vuoi, puoi purificarmi!», sapendo che Gesù non aspetta altro! 

01 settembre 2013

La segnaletica della settimana

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)

Dal Vangelo secondo Luca (14,1.7-14)

  Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».


Per riflettere...
Nella cornice di un pranzo di festa, a casa di persone particolarmente religiose (i farisei), Gesù... non rinuncia ad essere il Maestro. E dà due indicazioni preziosissime quanto scomode. ce n'è per tutti: per invitati e ospiti.

"chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato": la scelta del posto da occupare, non è neutra, perché indica quanto ci consideriamo noi e quanto ci considerano gli altri. Qui Gesù, però, non vuole dare indicazioni di bon ton, né di "umiltà pelosa" (mi metto per ultimo così poi tutti vedono quanto sono umile!), ma dettare uno stile: quello di prendere ciascuno il proprio posto, e se Lui, il Signore, ha scelto il posto dell'ultimo degli schiavi e per questo Dio lo ha esaltato (cf Fil 2,5-11)...

"invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti": anche questa non è una lezione di "beneficenza" (invita chi non può ricambiarti, così saranno sempre in debito con te... con tutti i ricatti morali che puoi mettere in campo), ma l'indicazione di uno stile. Che, guarda caso, è lo stesso di Gesù, che da ricco che era si è fatto povero per arricchirci della sua povertà e che ha dato e da tutto per noi che non abbiamo nulla per poterlo ricambiare. Ed è interessante che Egli stesso prometta, a chi sceglie di assumere il suo stesso stile - sia pure in scala più....umana-, la gioia (ora) e la ricompensa (nella vita eterna). Insomma, quello che gli altri non possono restituire, lo restituisce Lui, e con gli interessi!

Buona settimana, a tutti!

02 agosto 2013

La segnaletica della settimana

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)

Dal Vangelo secondo Luca (12,13-21)

 In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».


Per riflettere...
Lo ricordava un paio di mesi fa papa Francesco, parlando proprio ai giovani: "Il sudario non ha tasche" e ribadiva, in un'altra circostanza, di non aver mai visto un camion di traslochi dietro a un corteo funebre... Questo stesso concetto è quanto il Vangelo di questa domenica ci ricorda.

L'uomo della parabola (senza nome, perché in lui un po' possiamo riconoscerci tutti) ha accumulato per sé: ha molti beni, ora pensa di poter vivere in modo agiato, senza preoccupazioni. MA... ha fatto i conti senza l'oste, ha fatto previsioni senza pensare a Dio, l'Imprevisto che ha in mano sua tutto l'universo e che, solo, conosce il senso di ogni cosa e il valore di ogni vita.

Questa parabola, però, non è "contro la ricchezza" in sé. Gesù rileva una cosa ben più profonda: quello che è sbagliato, agli occhi di Dio non è lavorare e avere il giusto premio delle proprie fatiche, ma accumulare tesori per sé ma non curarsi di arricchire davanti a Dio! Quest'uomo è stolto perché ha pensato che il vero valore fossero le cose, e ha dimenticato che queste finiscono. Ha accumulato ricchezze solo per sé e non ha pensato a mettere al sicuro tesori in Cielo "dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano" (Mt 6,20). Come? Spendendo tutto quello che siamo per amore, e tenendoci stretto Gesù! Perché chi ha Lui come tesoro, sta sicuro di avere già tutto! E di più!

12 luglio 2013

La segnaletica della settimana


XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)

Dal Vangelo secondo Luca (10,25-37)

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Per riflettere…
 Chi è il mio prossimo?
Cosa accade quando sulla nostra strada incontriamo qualcuno che ha bisogno di noi? Nel nostro cuore, forse, si muove qualcosa, vorremmo anche aiutarlo, ma…
Risuonano ancora le forti parole del Papa, pochi giorni fa, a Lampedusa: "guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell'indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!" (8 luglio 2013)

Una situazione simile è quella proposta da Gesù nel Vangelo. Davanti a un uomo pestato a sangue, l’unico che si ferma ad aiutarlo (rimettendoci di tasca propria!) è uno straniero miscredente. Ed è proprio uno straniero eretico, che Cristo propone come modello a uno scriba, cioè a un uomo tutto “casa e sinagoga”!

Gesù ci mette con le spalle al muro. Quante volte ci sarebbe piaciuto essere più buoni, soccorrere chi si trova in difficoltà per poi lasciarci prendere dalla fretta, dai nostri affari o dai troppi ragionamenti? Per Gesù il problema è tutto qui: è amare o non amare. Vedere nell’altro, chiunque egli sia, un nostro fratello, qualcuno del quale prenderci carico, come e perché Dio stesso ha fatto con noi: quando ancora eravamo lontani da Dio, il Signore ha preso su di sé la nostra umanità e ha pagato di persona per noi (cf Rom 5,6-8).
 
Come ha fatto Lui, perché l’ha fatto Lui, anche noi in Lui possiamo – e dobbiamo! – fare altrettanto. Non sarà facile, ma forse, iniziando proprio da coloro che ci sono più vicini, non è impossibile! Il Signore ce lo chiede: Lui opererà con noi e in noi.

07 giugno 2013

La segnaletica della settimana



X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)

Dal Vangelo secondo Luca (7,11-17)

In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo».
Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Per riflettere…
Un funerale. Come tanti.
Una vedova come tante ce ne sono state e sempre ce ne saranno nel mondo. Tragicamente sola, come può esserlo una donna che, dopo aver perso il marito, ha visto morire anche il suo unico figlio, ancora giovane.
Ma nel colmo del suo dolore, avviene un imprevisto: sulla sua strada passa un certo Gesù di Nazaret.

«Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: “Non piangere!”».

Gesù la vede e sente per questa donna una grande compassione: qualcosa gli si muove dentro dal profondo del cuore. Sente, nel suo cuore, tutto il dolore e tutta l’angoscia di questa povera donna, che pure non conosceva.

Si potrebbe dire: ma ci sono tante donne vedove al mondo, e tanti perdono una persona cara… Per Gesù non esistono “molti”: ci sei tu, ci sono io… ognuno con un volto e un nome. 
Per Gesù, non c’è gioia che non sia la sua, non c’è pianto che non sia il suo. E quando il dolore è vero, profondo, e nasce dall’amore, Gesù non resiste: deve fermarsi. E consola. Sempre.
Questo è un compito che Egli lascia anche a noi, suoi discepoli: sentire il dolore di chi ci passa accanto e, semplicemente, stare vicino.

Senza che nessuno gli chieda nulla, Egli compie cose grandi, impossibili. Forse non sempre un figlio risorge, o un malato guarisce, ma a volte i miracoli più grandi sono quelli nascosti. Basta saperli vedere. E dove Lui passa, torna la gioia!

31 maggio 2013

La segnaletica della settimana

Solennità del SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (9,11-17)

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.


Per riflettere...
Perché per la solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo la liturgia ci propone il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci? Ci saremmo aspettati un brano più... "eucaristico"!

Un primo motivo è che questo miracolo è sempre stato interpretato in chiave eucaristica. I segni, a ben vedere, ci sono tutti: Gesù prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli (v 16). Un po' come ascoltare il racconto dell'istituzione dell'Eucaristia.

Ma c'è di più, una cosa che il Vangelo non dice, ma suggerisce: non è solo il pane ad essere corpo di Cristo, a "fare comunione", ma tutti i suoi discepoli. Cioé noi.
Gesù dice ai suoi discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare». Che può voler dire 2 cose:
a) date loro voi qualcosa da mangiare, metteteci del vostro... (senso più ovvio)
b) date voi stessi, il vostro corpo, la vostra vita da mangiare alla gente.

La festa del Corpus Domini è anche la festa della Chiesa, corpo di Cristo, come il pane eucaristico. E se Gesù dà il Suo stesso corpo da mangiare, perché anche noi, che siamo suo corpo, daremo noi stessi da mangiare alla gente affamata di pace, di gioia, di amore, di fiducia... sapendo, però, che mangiano noi, ma è Cristo che li nutre. E' poco? Ne avanzerà, pure per noi! Parola di Gesù! 

03 maggio 2013

La segnaletica della settimana

VI DOMENICA DI PASQUA (Anno C)

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,23-29)


In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate». 
 


Per riflettere...
 Un Vangelo che allarga il cuore... se non altro per far spazio a "ospiti illustri": nientemeno che il Padre e Gesù!  
Sembra poco? E mica vorrai lasciare indietro lo Spirito Santo (che infatti viene mandato da Gesù... e così siamo proprio al completo!)

Scherzi a parte, davvero qui c'è un mistero grande da contemplare e del quale ringraziare: Dio vuole fare casa con noi, con te! Mette solo una semplice, piccola condizione: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola». Amare Gesù, perché Lui è la Via che conduce al Padre.

Così commentava santa Chiara di Assisi in una lettera alla beata Agnese di Praga: "l’anima dell’uomo fedele, che è la più degna di tutte le creature, è resa dalla grazia di Dio più grande del cielo. Mentre, infatti, i cieli con tutte le altre cose create non possono contenere il Creatore, l’anima fedele invece, ed essa sola, è sua dimora e soggiorno, e ciò soltanto a motivo della carità" (Fonti Francescane, 2892)

Solo una cosa è necessaria: amareE Dio stesso, che è l'Amore, prenderà casa in noi. 

26 aprile 2013

La segnaletica della settimana

V DOMENICA DI PASQUA (Anno C)

Dal Vangelo secondo Giovanni (13,31-35)

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».


Per riflettere...
Nel discorso di Gesù ci sono due parole-chiave che ci possono aiutare a capire e dalle quali lasciarci interrogare: gloria e amore.

Gloria: Quale gloria abbiamo in mente noi, e quale gloria ha in mente Gesù? Gloria fa pensare immediatamente alla grandezza. Dio Padre, il Re potente creatore e Signore dell'Universo che glorificherà il Figlio. Sì, nel tradimento di uno dei discepoli (l'accenno a Giuda non è casuale...). E poi sulla croce, vista non come semplice sofferenza - e quale gloria ci sarebbe in questo? - ma come segno estremo d'amore.

Da qui possiamo capire il comandamento nuovo che Gesù ci ha lasciato. Amarci gli uni gli altri. Ma non nel senso banale del "volemose bbene", ma come Lui ha amato noi: fino ad essere pronti al dono della vita, come e perché Lui, il nostro Maestro e Signore, ha fatto. E' un amore che passa anche per l'indifferenza, l'incomprensione, il non essere ricambiati, come per Gesù. E', insomma un amore senza ritorno.
In questo sta la gloria di Gesù, e la nostra gloria.

Attenzione, però: amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amati non è un qualcosa di eroico proposto a pochi eletti supereroi/santi, ma è, per Gesù, la norma!!!!! E' essere o non essere suoi discepoli.
Impossibile umanamente, ma con l'aiuto di Dio nulla è impossibile. Basta crederci e... rimboccarci le maniche. Perché è una cosa che si impara passo passo tenendo il passo di Gesù che (questo è certo) no lascia nessuno indietro!

Buona domenica e buon cammino a tutti!