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30 marzo 2018

#incontroTe

SETTIMO INCONTRO:
GESU’ E SUO PADRE

Dalla morte alla vita



La Parola



Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la scrittura: "Ho sete". Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: "Tutto è compiuto!". E, chinato il capo, spirò.



Per riflettere…

Ho sempre saputo che mi prendi sul serio: il Tuo amore è fedele ed esigente. Quando mi sembra di aver conquistato qualcosa di grande mi provochi ad un gesto di fiducia ancora più radicale.

Tu dai tutto e mi chiedi di fare altrettanto, ma io conosco la mia povertà. So che hai un progetto d’amore per me, mi affascini ma fatico ancora a lasciare le mie sicurezze per Te.





Preghiera

Ti benediciamo e ti lodiamo Dio

perché, ancora una volta, riveli il tuo amore per noi

donandoci il tuo perdono.

Aiutaci a vivere con forza l’impegno

ad essere messaggeri di salvezza e di pace;

rendici disponibili a costruire ogni giorno

il tuo regno d’amore in mezzo ai fratelli. 




03 aprile 2017

#incontroTe

3 aprile 2017  -  Lunedì









Alla tua luce vediamo la luce
(Sal 35,10)




Le paure che paralizzano

Infatti avere ricevuto da Dio dei doni, significa essere chiamati a servire gli altri in proporzione a quello che abbiamo ricevuto. Qui, come è accaduto al servo della parabola, possono subentrare una serie di paralisi che hanno come unica radice la paura: la paura di essere giudicati, di essere fraintesi, la paura di quello che si dirà intorno a noi, la paura che il nostro servizio non sia accettato, o sia inteso come una imposizione di noi stessi, come una ricerca di gloria personale. Queste paure paralizzano e portano la persona a sotterrare i doni di Dio, che invece ci sono stati dati per l’utilità comune, e che devono essere messi a servizio della Chiesa con grande serenità, con grande distacco interiore, e con quella povertà di spirito che apre la porta delle beatitudini: “Beati i poveri in spirito” (Mt 5,3). Soltanto chi è povero di spirito riesce a mettere a servizio della Chiesa i suoi carismi senza turbarsi e senza turbare.


IMPEGNO:

La ricerca di “gloria personale” mi chiude a Dio e ai suoi doni. Sarò umile.







© Testi a cura dell'Ufficio della Pastorale Universitaria di Roma



28 agosto 2016

La segnaletica della settimana

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (14,1.7-14)

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».


Per riflettere...
Con le parole di Gesù questa domenica entriamo in un territorio inusuale, al di là dei diritti e dei doveri, verso semi di civiltà nuova.
Il mondo ci vuole sempre al massimo; Gesù ci dona un messaggio opposto: non hai bisogno di mostrarti, di apparire... TU VALI! E il tuo valore non è misurato dalle tue abilità ma dal fatto che sei pensato, voluto, amato dal tuo Dio.

TU VALI: questo è il messaggio della Parola di dio di questa domenica. Non importa il tuo limite o quello che gli altri pensano di te... Sì, tu vali perché sei prezioso agli occhi di Dio.

Tu vali anche se non vincerai mai una medaglia d'oro alle Olimpiadi perché il vero valore sei tu... la tua vita, pensata, voluta, amata da Dio.
Tu vali, perciò non svendere la tua dignità, coltiva il bello che c'è dentro di te e se coltivi il fuori fa' che sia sempre e solo trasparenza del dentro e vedrai «sarai beato».





06 agosto 2016

La segnaletica della settimana

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (12,32-48)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».



Per riflettere...
Se dovessimo dare un nome a questa domenica potremmo dire che è quella della parabola del servizio. Ma quale servizio' Il nostro? No! Quello di Dio che si mette a servizio della nostra felicità.

Guardiamo allora questa parabola più attentamente: essa è scandita in tre mo­menti. Tutto prende avvio per l'assenza del signore, che se ne va e affida la casa ai suoi servi. Così Dio ha consegnato a noi il creato, come in prin­cipio l'Eden ad Adamo. Ci ha affidato la casa grande che è il mondo, perché ne siamo cu­stodi con tutte le sue creatu­re. E se ne va. Dio, il grande as­sente, che crea e poi si ritira dalla sua creazione. La sua as­senza ci pesa, eppure è la ga­ranzia della nostra libertà. Se Dio fosse qui visibile, inevita­bile, incombente, chi si muo­verebbe più? Un Dio che si im­pone sarà anche obbedito, ma non sarà amato da liberi figli.

Secondo momento: nella not­te i servi vegliano e attendono il padrone; hanno cinti i fian­chi, cioè sono pronti ad acco­glierlo, a essere interamente per lui. Hanno le lucerne ac­cese, perché è notte. Anche quando è notte, quando le ombre si mettono in via; quando la fatica è tanta, quan­do la disperazione fa pressio­ne alla porta del cuore, non mollare, continua a lavorare con amore e attenzione per la tua famiglia, la tua comunità, il tuo Paese, la madre terra... Con quel poco che hai, come puoi, meglio che puoi. Vale molto di più accendere una piccola lampada nella notte che imprecare contro tutto il buio che ci circonda.

Ed eccoci, infine, al terzo mo­mento. E se tornando il pa­drone li troverà svegli, beati quei servi (si attende così so­lo se si ama e si desidera, e non si vede l'ora che giunga il mo­mento degli abbracci). In ve­rità vi dico li farà mettere a tavola e passerà a servirli. È il capo­volgimento dell'idea di pa­drone: il punto commovente, sublime di questo racconto, il momento straordinario, quando accade l'impensabi­le: il signore si mette a fare il servo! Dio viene e si pone a servizio della mia felicità!
Gesù ribadisce due volte, per­ché si imprima bene, l'atteg­giamento sorprendente del si­gnore.


Questo Dio è il solo che io ser­virò, tutti i giorni e tutte le not­ti della mia vita. Il solo che ser­virò perché è il solo che si è fatto mio servitore.

09 ottobre 2015

La segnaletica della settimana

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno B)

Dal Vangelo secondo Marco (10,17-30)


In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».



Per riflettere...
E’ bello essere giovani! Ma forse anche per te può succedere che nel pieno dello star bene ti assale, come a quel giovane, una voglia di oltre… Un giorno ti alzi e ti domandi dove stai andando, che cosa fare della tua vita, chi potrà riempire il tuo cuore. Potrai mai realizzare questi quattro sogni che hai dentro? Che futuro hai davanti?

Era così quel giovane che un giorno incontrò Gesù. Lo stava sicuramente pedinando da tempo: aveva sentito le sue parole, aveva notato i suoi occhi, aveva capito che lì c’era qualcosa che non lo lasciava indifferente:
Ma tu, Gesù, come fai a essere così felice? Hai una ricetta per la felicità? Il tuo segreto dove sta? “Maestro buono, che cosa devo fare…?”...come spendere la vita perché sia piena? Come posso raggiungere una vita davvero felice?
Quel “cosa fare” rivela la ricerca di dare un senso all’esistenza e decidendo cosa fare, l’uomo rivela chi vuole essere!

Gesù non resta indifferente a tale domanda e risponde non con un occhiata di sfuggita, ma lo inquadra nel suo sguardo intenso, continuato, ammirato, commosso che sfocia in un verbo straordinario: “lo amò”, decise di spendere per lui tutta la sua affettività e lo accoglie nel suo Amore, nei suoi sogni. Sì, noi facciamo parte dei sogni di Dio!
Ed è per questo che punta in alto, perché aveva capito ciò che quel giovane portava di bello e di grande in sé, sparandogli quella raffica di verbi che è tra le più belle e decisive di ogni vita: “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri… e vieni, seguimi!”.

Gesù ha un sogno grande sulla nostra vita e chiede di condividerlo con lui: VIENI, SEGUIMI… mettiti in gioco! Ci invita a vivere una stagione nuova della nostra vita, la STAGIONE DELLA FEDE… sì, perché la FEDE non è questione di nozioni ma una relazione di cuore… è quella di chi passa da un Dio credibile ad un Dio affidabile.

E tu, lo sai che “la vita è dono di Dio. Come vuoi usarla? (don Giacomo Alberione).
 
 
 

25 luglio 2015

La segnaletica della settimana

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno B)

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,1-15)



In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
 


Per riflettere...
Il miracolo del pane  è un evento che si è impresso in modo inde­lebile nei discepoli. Esso racconta qual­cosa di molto più grande e bello che non la semplice moltiplica­zione di cinque pani e due pesci.
Il Vangelo neppure par­la di moltiplicazione ma di di­stribuzione, di un pane che non finisce. E mentre lo di­stribuivano il pane non veni­va a mancare, e mentre pas­sava di mano in mano restava in ogni mano.

Cinquemila uomini sul monte, nel luogo dove Dio è più vicino, hanno fame, fame di Dio. A Gesù nessuno chiede nulla, è lui che per primo si accorge e si preoccupa: «Dove potre­mo comprare il pane per lo­ro?». Alla sua generosità corrispon­de quella di un ragazzo: anche a lui nessu­no gli chiede nulla, ma lui mette tutto a disposizione. Invece di pensare: «Che cosa sono cinque pani per cinquemila persone? Sono meno di niente, inutile sprecarli. E la mia fame?», dà tutto quello che ha, senza pensare se sia molto o se sia poco. È tutto!
Questo è il primo e vero miracolo: il miracolo della CONDIVISIONE!


Modello del discepolo oggi è un ragazzo senza nome e senza vol­to, che dona ciò che ha per vivere, che con la sua generosità innesca la spirale della condivisione, vero miracolo.
Per una misteriosa regola di­vina, quando il mio pane di­venta il nostro pane accade il miracolo. La fame finisce non quando mangi a sazietà, ma quando condividi fosse pure il poco che hai.
Noi non siamo i padroni delle cose; tutto quello che incon­triamo non è nostro, è vita che viene in dono da Altrove e va oltre noi. Chiede cura, co­me per il pane del miracolo, perfino nelle sue briciole: niente deve andare perduto.
Impariamo ad accogliere e a benedire: gli uomini, il pane, Dio, la bellezza, la vita, e poi a condividere. Questo sarà fonte di felicità.

28 maggio 2015

Bricioledi vita

Sono ormai mesi che la nostra Italia è raggiunta da fratelli e sorelle in cerca di "salvezza"!
Vogliamo lasciarci emozionare da tutto questo attraverso l'esperienza diretta di alcuni giovani, come Serena, di Taranto, che ha scelto di vivere da volontaria e si è messa al servizio con gesti vivi di carità e fratellanza.

 

 
 

Tutto è iniziato dopo aver letto varie notizie su internet: ero a Bari, dovevo fare un esame all’università e non tornavo a casa da un mese. Chi avrebbe mai detto che, una volta qui, la mia vita sarebbe cambiata radicalmente!
Il giorno dopo essere tornata, mi sono organizzata con un amico e siamo andati a dare una mano all’ABFO, il dormitorio dietro la chiesa, dove avevano bisogno d’aiuto per mettere in ordine tutti i beni di prima necessità che i cittadini avevano generosamente donato dopo l’annuncio dello stato di emergenza. Da lì, mi sono spostata, insieme a qualche altro amico, presso una palestra della città: lì vengono accolte le famiglie e, più in generale, gli adulti, i quali però, nel giro di pochi giorni, vanno via. Partono per il Nord Italia, o per la maggior parte, per il Nord Europa, consapevoli che le possibilità di trovare fortuna qui in Italia non sono molto alte. E così, abbiamo salutato i nostri amici e abbiamo augurato loro un buon viaggio… l’ennesimo viaggio… con la speranza nel cuore che fosse l’ultimo, e che finalmente potessero trovare un po’ di “normalità”.
Presso un altro centro, invece, la situazione era molto diversa: c’erano e ci sono tutt’ora i minori NON accompagnati. Questi, a differenza degli adulti, non possono muoversi liberamente sul territorio, né italiano né europeo, e devono aspettare di essere collocati in case famiglia, SPRAR o comunità dove rimarranno fino alla maggiore età, e dove nel frattempo impareranno l’italiano e un mestiere, per poter poi essere inseriti nel mondo del lavoro.
La loro sosta qui è un po’ più lunga, perché le procedure di smistamento nelle varie strutture sono parecchio lente e quindi possono rimanere qui per settimane, addirittura per mesi interi.
È la mia educatrice di Azione Cattolica che mi ha spinto a prestare servizio presso quel centro… mi aveva spiegato che la nostra presenza lì sarebbe stata  molto utile, perché questi ragazzini, completamente soli, spaesati, oltre ad aver bisogno di assistenza materiale, erano quelli che più di tutti avevano bisogno di essere ASCOLTATI… di parlare, sfogarsi, raccontare le loro storie terribili e inverosimili a qualcuno e riceverne conforto… avevano bisogno di una spalla su cui appoggiarsi, di un amico con cui confidarsi. Sono sincera, non sapevo se ce l’avrei fatta a reggere nel cuore il peso di un’esperienza così forte, ma, non so perché (poi l’avrei capito), senza pensarci due volte, ho accettato la sfida.
Ecco, a questo punto inizia DAVVERO la mia esperienza da VOLONTARIA!
Ed è stata proprio quest’esperienza, paradossalmente, che mi ha insegnato il vero significato di questa parola: essere volontario non significa soltanto dare cibo e vestiti  a chi ne ha bisogno, ma dare al fratello che hai di fronte tutta l’anima e tutto il cuore; significa rinunciare al tuo tempo libero, a uscire ogni sera con gli amici, a fare una vita comoda, per metterti a servizio di chi ha bisogno di te; e ancora, significa diventare amico di chi hai di fronte, parlarci, ridere, scherzare, ascoltare ciò che ha da dirti, essergli SPALLA e ROCCIA, diventare per lui un vero e proprio punto di riferimento. Così, a 20 anni, ho aperto un nuovo capitolo della mia vita, che ho intitolato “Incontri”, e grazie a quest’esperienza mi sto arricchendo immensamente, sto cambiando la prospettiva da cui guardare le cose.
 
Devo essere sincera, inizialmente l’impatto non è stato molto facile: ho sofferto e pianto tanto perché non riuscivo ad accettare di essere così fortunata rispetto a loro che hanno dovuto patire tutte quelle sofferenze; ero caduta in una fase di apatia totale, e mi chiedevo in continuazione: “Perché io ho tutto e loro niente?”. Poi però, la preghiera mi ha aiutato a risollevarmi, e mi sono detta: “Come posso rinunciare a fare tutto quello che sto facendo, solo per paura di stare male? Per paura di non riuscire a reggere il peso delle loro storie?”. E allora mi sono rimboccata le maniche, ho preso tutta la forza che avevo dentro, mi sono armata di sorrisi a non finire, e mi sono lanciata in quest’avventura.
E qual è stata la cosa più sconvolgente? Scoprire che in realtà siamo noi a non avere niente, e che loro hanno nel cuore un’inestimabile ricchezza nascosta. Sono pieni d’amore, vita, allegria; sanno guardare sempre al lato bello della vita, nonostante abbiano vissuto i drammi della povertà, della schiavitù, della guerra, della distruzione, della persecuzione; emanano il profumo dell’AMORE vero e incondizionato… e viene spontaneo riconoscere, nei loro occhi, lo sguardo di Gesù.
Ogni giorno lì con loro: abbiamo parlato, riso, scherzato, pianto, giocato, siamo usciti, abbiamo mangiato… Siamo diventati amici, alcuni sono andati via, li abbiamo salutati e ci siamo ripromessi che ci saremmo tenuti in contatto (e così è stato), che non li avremmo mai dimenticati; altri nuovi continuano ad arrivare… e ogni volta, la magia si ripete, per loro e per noi: il primo approccio è sempre lo stesso: “Ciao, come ti chiami?” chiedo in inglese o francese, a seconda della lingua che parlano. E dopo un minuto, eccoti immersa nel loro mondo, nelle loro storie, nella loro vita… ti ritrovi a ripercorrere insieme a loro i passi del VIAGGIO che hanno appena terminato, a volte faticosamente, a volte meno; c’è chi ne parla con estrema serenità, chi fa fatica a ricordare, chi invece non riesce ancora ad accettare tutto ciò che ha vissuto, ma in un modo o nell’altro, TUTTI, e dico TUTTI, ti aprono le porte della loro vita, ti accolgono e ti invitano a rimanere accanto a loro. E soprattutto, ti ARRICCHISCONO.
Sì, ti arricchiscono…e il paradosso è proprio questo: parti con l’intenzione di DARE, e alla fine ti ritrovi a ricevere molto di più!
 
A distanza di mesi dal primo passo, posso dire di aver imparato davvero molto, e vorrei sintetizzare il tutto in questi pochi punti.
- Ho imparato che è davvero difficile trasformare il Vangelo in fatti, e che forse, qui, siamo troppo abituati a riempirci la bocca senza sporcarci poi le mani; è in questo periodo più che mai che mi sento continuamente rimbombare in testa le parole di Papa Francesco, quando diceva: “Uscite dalle parrocchie. Una chiesa chiusa in sé stessa è una chiesa ammalata” ed è lì, in quelle due frasi così brevi, ma così dense di significato, che trovo il coraggio per continuare.
- Ho imparato che …per essere volontario ci vogliono una forza e un equilibrio non indifferenti, che si conquistano solamente con il tempo, con la preghiera e con la perseveranza; bisogna imparare ad entrare nella vita dei fratelli bisognosi, senza però lasciarsi troppo coinvolgere dai loro drammi, altrimenti si rischia di rimanere “paralizzati” dal dolore e dalle sofferenze di cui questi ci parlano, e di non riuscire più ad andare avanti.
- Ho imparato che per essere volontari nel modo giusto, bisogna sentirsi come un piccolo tassello di un intero, grande puzzle: da soli, non possiamo salvare il mondo; è insieme che si costruisce. Tutti siamo importanti, ma non indispensabili.
- Ho imparato che se al primo posto non metti l’altro, ma te stesso, smette di essere Amore e diventa vanagloria; è bene mettersi al servizio, è bene rendersi disponibile, è bene sentirsi “COMPLETATI” da un’esperienza del genere; ma il tutto, sempre guardando a ciò che è meglio per l’altro, non per noi stessi.
- Ho imparato che di fronte a una realtà del genere, c’è bisogno di rimettere tutto ciò che fa parte della propria vita sulla bilancia, per ridare alle cose un nuovo peso. Ti chiedi: Cosa è importante davvero? Cosa mi sazia? Cosa mi completa? E nel darti delle risposte, capisci che di tante cose che prima ritenevi importanti, puoi benissimo farne a meno, e che vivere con l’essenziale è ciò che ti rende davvero completo. La cultura dell’essenzialità… sì, questa è la cosa più bella che questi fratelli hanno portato qui da noi, e sarebbe bello se si diffondesse sconfinatamente. La loro è una società ancora incontaminata da tutti i meccanismi che qui ci rendono schiavi e sarebbe bello conservarla così e prenderne esempio. Accontentarsi di niente… di un piatto di pasta, una maglietta, un pantalone e un paio di scarpe, una chiamata ai propri parenti in Africa per dire: sto bene, sono vivo, grazie a Dio!
- Ho imparato anche che è molto importante, quando ci si rapporta con questi nostri fratelli, insegnare loro il rispetto delle regole; infondo, si tratta comunque di persone che, nonostante tutto l’amore che portano dentro, sono fragili: hanno anche loro dei difetti, a volte possono imboccare strade sbagliate, a volte possono essere mosse da passioni negative. Allora, c’è bisogno anche di mettere in chiaro i limiti da non valicare, e ricordare loro, comunque sia, che l’Italia è un paese come tutti gli altri, in cui esistono delle regole di convivenza civile e delle leggi da rispettare. Anche questo compito, un po’ più ostico, fa parte dei DOVERI  del volontario, e contribuisce a costruire il BENE del fratello che stiamo aiutando. Dunque, il volontario è anche responsabile della formazione civile e sociale dei fratelli che aiuta. Il volontario è anche un educatore. O forse, è SOPRATTUTTO un educatore!
 
Comunque, io credo solo una cosa: nulla accade per caso… e questo pezzo di Africa che si è spostata proprio qui, a casa nostra, non è arrivata senza un motivo! Ne sono convinta! Forse il nostro Dio ci ha voluti mettere alla prova, ci ha voluti sfidare… o forse ci ha voluto semplicemente lanciare un MESSAGGIO.
Nel mio caso, è stato proprio così: sto attraversando un periodo particolare della mia vita; è un periodo di resoconti, progetti e scelte; è un periodo di decisioni dure, in cui sto avendo bisogno di mettere tutto sulla bilancia per cercare di capire, a volte anche dolorosamente, cosa è meglio per me… senza nessun condizionamento esterno… Cosa voglio fare della mia vita? Cosa voglio ESSERE, soprattutto?
E mentre cercavo qualcosa ho trovato QUALCUNO, ho trovato Gesù: l’ho trovato nei loro occhi bisognosi d’amore, nei loro sguardi desiderosi soltanto di un po’ di normalità… l’ho trovato nella loro debolezza, nella fragilità, nel cuore grande che ognuno di loro ha… l’ho trovato nelle loro parole innocenti quando ti chiedono: Che fine faremo? Dove siamo? Dove andremo? L’ho trovato nella purezza del loro cuore, nei loro: “Ti voglio bene” sinceri, nella loro capacità di non dimenticarsi di nessuno, nella semplicità con cui sanno condividere con noi quel poco che hanno.
Giro e rigiro tra le mani la cartina dell’Africa… e tutto d’un tratto mi rendo conto che la sua forma assomiglia vagamente a quella di un cuore! L’Africa ha la forma di un cuore! E allora mi dico: forse anche la terra ci vuole suggerire che quel posto è pieno d’AMORE!
 
 

04 gennaio 2015

La segnaletica della settimana

II DOMENICA DOPO NATALE

Dal Vangelo secondo Giovanni (1,1-18)


In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato. 


Per riflettere...
"E venne ad abitare in mezzo a noi". Meglio sarebbe tradurre: "mettere la tenda".
Dio pianta le tende, con noi! Non se ne vuole andare, "pianta la tenda" fra di noi. Anzi, in noi (così suona letteralmente il greco): fra nel popolo di Israele, ma anche nella nostra umanità e... in ciacuno d noi!
Attenzione, però, che è una tenda... e la tenda è fatta per chi sta facendo una lunga marcia, non per chi è già stabilito. Proprio così: il nostro Dio ci prende tanto sul serio che Lui, che "i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere", sceglie, per amor nostro, di adattarsi al nostro ritmo. E siccome non siamo già arrivat alla meta, ma siamo inguaribili pellegrini del cuore, anche Lui pianta la tenda, e la pianta in noi.
Allora, buon cammino, con questo originale "compagno di viaggio"!

21 novembre 2014

La segnaletica della settimana

SOLENNITA' DI N. S. GESU' CRISTO RE DELL'UNIVERSO (Anno A)

Dal Vangelo secondo Matteo (25,31-46)


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».


Per riflettere...
"L'avete fatto a me". La morale di questa lunga (e arcinota) parabola di Gesù è tutta in questa frase.

Gesù si mostra, in questa ultima domenica dell'anno liturgico, come come Re-giudice, ma non nel senso che generalmente intendiamo un po' tutti: quello che dà a ciascuno il suo e premiando i pii e punendo gli infedeli. Per Lui il giudizio è tutt'altro! E' raccogliere quello che si è seminato, anche inconsapevolmente.

Hai seminato bene? Riceverai bene. Non hai seminato il bene? non lo raccoglierai. Tutto qui.
Con un qualcosa in più, però. Perché Gesù, questo Re-giudice, si identifica con i più piccoli. Non si mette semplicemente dalla loro parte, ma - alla lettera! - "nei loro panni"! Considera come fatto a sè qualunque opera buona, fra le più elementari, fatte a chi è nel bisogno, addirittura senza che lo facciamo sapendo di soccorrere Lui!
 "Lo avete fatto a me": Madre Teresa di Calcutta ripeteva queste parole scandendole sulle dita della mano. Amava chiamarlo e raccomandarlo come "Il Vangelo delle 5 dita".

E' bello, entusiasmante, sapere che tutto il bene che passa attraverso le nostre mani non raggiunge solo il fratello o la sorella nel bisogno, ma che Cristo, nostro Re, ne tiene conto come fatto a Lui. Non importa se poco o molto, piccolo o grande. Ed è anche bello pensare che, per quanto poco, questo bene, avrà in combio una gioia senza fine: quella del Cielo.

26 ottobre 2013

La segnaletica della settimana

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)

Dal Vangelo secondo Luca (18,9-14)

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Per riflettere…
Un fariseo e un pubblicano. Ovvero: il giorno e la notte. Un osservantissimo di tutte le leggi e leggine e un pubblico peccatore, che campa facendo la “cresta” sulle tasse (che tra l’altro esige per gli invasori romani!).
Tutti e due pregano: uno torna a casa con la benedizione di Dio, l’altro no. Ed è proprio il pubblico peccatore ad essere perdonato e benedetto!

Questo comportamento di Dio, come minimo, dovrebbe farci saltare sulla sedia: perché benedice uno che ne fa di cotte e di crude e non uno che non si limita ad osservare i comandamenti ma fa anche quello che non è richiesto?
Il problema non è tanto (o meglio, non solo) l’essere brave persone, che pure fanno molte cose buone: Dio guarda il cuore! E “ha un debole” per i poveri e gli umili: “La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l'Altissimo non sia intervenuto” (Sir 35,21).

“Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”. Sembrerebbe un’ingiustizia, e invece non lo è: solo chi sa di essere povero davanti a Dio può accogliere il dono della sua benedizione. È anche per questo, in fondo, che tutti i Santi si sentono davvero grandi peccatori. Chi è pieno di sé e delle sue “buone opere” non può, per il semplice fatto che non lascia spazio al Signore. È come se gli dicesse: non ho bisogno di Te! E Dio, che è Amore, ci rispetta anche in questo.