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19 novembre 2016

La segnaletica della settimana

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (23,35-43)

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».


Per riflettere...


Oggi sarai con me in paradiso”. Il Signore dichiara ancora una volta la sua autorità salvifica. Manifesta cosa attende a quanti si rivolgono a Lui in verità.


È appeso ad una croce, condannato a morte da quanti era venuto a servire e a chiamare alla pienezza della fede. Non è nella condizione di garantire niente a nessuno. È un perdente sotto ogni punto di vista storico, eppure promette con determinazione “Oggi sarai con me in paradiso”, ad un reo confesso. A chi non si merita nulla offre un posto nel Regno.

Al termine della sua parabola vitale Gesù continua a mostrare al mondo il volto regale, incarnando fino all’ultimo il suo mandato a pascere le pecorelle di Israele. Anche quando non sembra, anche quando è necessaria una scritta irriverente Gesù è il Re dei Giudei. Un re misericordioso e accogliente, secondo il cuore di Dio.

Un re che come canta Paolo: “è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione.

Un re che abbiamo riconosciuto tale perché: “ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti del regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.”

Questo è il nostro re: un uomo che insegna e manifesta la redenzione della vita. Insegna che il perdono è il sale con cui come uomini possiamo rinnovare il mondo e la vita. Attraverso il perdono rinnovare la nostra vita. E attraverso il rinnovamento della nostra vita, rinnovare il mondo.

Siamo chiamati a rendere vitale il perdono. A dare alla nostra vita la forza rinnovatrice che in Cristo re dell’universo ci è stata donata.

Non si tratta di negare le responsabilità altrui. Ciascuno sarà giudicato da Dio per quanto ha operato. SI tratta di riconoscere come possibile ogni ripartenza: qui, nel nostro tempo. Nessuno di noi è perfetto. Nessuno può esimersi dalla “stessa condanna”, ma nel ricordo di Cristo re dell’Universo ci è donata la possibilità di tornare sempre ad essere parte del Regno.

È donata a ciascuno di noi la risurrezione e la ripartenza nella riconciliazione, e noi siamo chiamati a fare altrettanto.

Fino a quando dovrò perdonare mio fratello o mia sorella? Fino a quando pagherà il torto che mi ha fatto?! Fino a quando non mi ripagherà per tutto quello che gli ho prestato o donato o fatto per lui o per lei?! Fino a quando non mi darà ragione?! Fino a quando non mi infastidirà con le sue pretese?! Fino a quando dovrò perdonarlo se tanto poi non cambia, non mi è riconoscente?!
È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che  stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.”

La pienezza dell’umanità è la riconciliazione. Cristo ci ha mostrato riconciliabile ogni situazione. Ci ha rappacificati gli uni agli altri, mostrandoci che è possibile vivere la pace, anche con chi non se la merita ancora. Affidandoci alla certezza che il Dio amore è affidabile, e ridona la vita a chi la dona con per e nell’amore, anche se lo ha solo dichiarato e non dimostrato. Che è possibile a chi crede in Cristo offrire una seconda possibilità anche prima che si paghi il dovuto!

Nella preghiera eucaristica sul calice diremo “Questo è il calice del mio sangue, per la nuova ed eterna alleanza versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”.

Preghiamo per avere la forza e il coraggio di rimettere davvero i peccati nel ricordo e nello stile di Gesù. Così sentiremo come rivolte a noi le parole di Gesù: “Oggi con me sarai nel paradiso”.

(Commento a cura di don Giordy)

12 novembre 2016

La segnaletica della settimana

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (21,5-19)

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Per riflettere...

Siamo tutti affetti da una richiesta legittimissima. Potrei riassumerla con uno slogan strausato: “Fatti, non parole!”
Così i discepoli di Cristo. Di fronte alla dichiarazione dell’avvento potente del Regno, in cui il vecchio tempio sarà distrutto, e tutto ciò che di ingiusto rappresenta con esso, i discepoli chiedono: “Quando!?”
Ma la risposta del Signore non fissa alcuna data. La descrizione dei Segni che precederanno l’avvento potrebbero andare bene per ogni epoca della storia umana. Ma c’è una sottolineatura che il Signore fa che per noi è importantissima.
Prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno… Avrete allora occasione di dare testimonianza”.  Il Regno si manifesta entro e oltre la testimonianza dei credenti. Quando il credente si affida con perseveranza alla Parola di Dio più che alle proprie balbettanti difese e ragioni. Ma sappiamo che il nostro passato ci testimonia quanto sia stato difficile, o addirittura quanto i cristiani abbiano reso una contro-testimonianza. Nella storia occidentale siamo stati colpevoli di sofferenze, guerre e stragi. Perché, benché proclamate in nome di Cristo, quelle “guerre sante” erano frutto di ipocrisia. I credenti, ministri e laici, hanno usato il nome di Dio senza affidarsi alla sua Parola. Hanno usato il nome di Dio per difendere il prestigio, le personali ragioni economiche di stato, più che ascoltare la sua Parola.
Il Regno non era in quelle realizzazioni, ma sarà in noi quando lavorando sul nostro intimo compiremo il difficile cammino di conversione dal “proprio modo di pensare”, che tende a difendere i propri interessi, al “modo di agire di Cristo”, che manifesta la forza della vita donata.
Gesù ha affermato una Verità eterna, ma non l’ha imposta a nessuno. Gesù si è offerto completamente perché fosse chiaro che il Regno di Dio si realizza nel dono, non nell’imposizione e non nella difesa. Ha manifestato che nel giudizio avrà la meglio la misericordia vissuta più che quella solamente proclamata. Nel giudizio avrà peso l’atteggiamento misericordioso del cuore più che la forza delle proprie ragioni.
Chi segue Cristo è in grado di subire la falsità, l’aggressività degli altri e le tragedie del mondo pur di garantire il vero tesoro dell’umanità in Cristo: la fraternità universale.
La nostra liberazione è vicina quando per amore della comunione in Cristo nelle avversità, nei “segni apocalittici”, non ci preoccupiamo di avere ragione sugli altri preparando con grafici e dati la nostra difesa, ma cercheremo di attuare la Parola di Dio, che è perdono e accoglienza. Questo è il lavoro che ci “guadagna” il pane. Il lavoro che ci farà vivere il pane eucaristico, la comunione e la vita che non ha fine. Preghiamo perché dalle nostre “comunioni” irrompano nel mondo fatti di comunione e non solo parole di preghiera. O meglio ancora che le nostre parole divengano Parola di Dio, che agisce ciò che afferma. Così da non aver bisogno di difenderci da quanti ci accuseranno perché le nostre azioni parleranno da se stesse.

(Commento a cura di don Giordy)

05 novembre 2016

La segnaletica della settimana

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (20,27-38)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Per riflettere...

“Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo” scrive Paolo. Tra le preghiere di saluto che iniziano la celebrazione eucaristica ce n’è una che è tratta da questa citazione. “Il Signore che guida i nostri cuori nell’amore e nella pazienza di Cristo sia con tutti voi”.
L’invito alla pazienza, alla capacità di “patire” è propedeutico a vivere il nostro rendimento di grazie. Pazienza da patior: soffrire! Pazienza è la capacità di patire come Cristo.... Lui ha faticato, ha sofferto ascoltando la Parola viva di Dio. Ha saputo interpretare le prove della sua vita alla Luce della realtà del Dio “di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. Così come ogni altra difficoltà che gli hanno posto davanti.
Gesù si dimostra paziente nei confronti dei Sadducei che lo interrogano su “meta-problemi”, su considerazioni che non aiutano a vivere. I Sadducei lo coinvolgono in questioni irrilevanti per la concretezza della vita o quanto meno su questioni di secondaria importanza. Loro vogliono metterlo in difficoltà sulla certezza della Vita che non finisce ma che incontra lo scoglio inaggirabile della morte. Lui ne approfitta per ricordare che Dio è il Dio della vita. È il Dio che assicura la Vita. Che con la sua Parola libera la vita dalla paura e dalla morte.
È il Dio che permette di attraversarle entrambe perché offre un’ancóra di speranza. Chi ama e lo ama non muore. Chi ama Dio, chi sperimenta la verità della sua Parola, e la gioca fidandosi, “non può morire”. Come i patriarchi che non muoiono perché inseriti nella relazione con Dio. Una relazione eterna, che continua a generare alla vita.
La relazione con Dio è eterna, senza limiti, rigenera sempre. Permette di pazientare, di sopportare la sofferenza in ogni situazione, perché offre una direzione, un senso.
Il senso che Cristo ha manifestato: La vita ci attende nella fiducia in Dio Padre e nel nostro essere figli nel Figlio. Gesù Cristo è il primogenito dei morti, come recita l’apocalisse. A Lui spetta la gloria e la potenza perché ha vissuto pazientando nell’Amore di Dio. Si è fidato dell’Amore di Dio ed ha saputo “soffrire bene”. Nella vita fatta di fatiche e incomprensioni lo stile di Gesù manifesta una vita che non finisce, anche quando si scontra con lo scoglio inaggirabile della morte, della sofferenza, del dramma, della catastrofe, dell’ingiustizia, dell’incomprensione perché è “nell’amore di Dio”
Allora credo che dobbiamo pregare affinché “Il Signore guidi i nostri cuori all’amore di Dio e alla Pazienza di Cristo”. Per poter ringraziare della possibilità di affrontare la vita sapendo che siamo nati per non morire più!


(Commento a cura di don Giordy)

29 ottobre 2016

La segnaletica della settimana

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Matteo (23,1-10)

Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati «rabbì» dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare «rabbì», perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate «padre» nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. 10E non fatevi chiamare «guide», perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. 

Per riflettere...

Oggi celebriamo la solennità di N.S. Gesù Cristo Divino Maestro, titolare del nostro Istituto delle suore Pie Discepole del Divin Maestro.
Vorremmo meditare questo brano del vangelo di oggi facendo nostre le parole di papa Giovanni Paolo II.

«Quante volte, in tutto il nuovo testamento e specialmente nei vangeli, gli è dato questo titolo di maestro! Sono evidentemente i dodici, gli altri discepoli, le moltitudini degli ascoltatori che, con un accento di ammirazione, di confidenza e di tenerezza, lo chiamano maestro. Perfino i farisei ed i sadducei, i dottori della legge, i giudici in generale non gli rifiutano questo appellativo: "Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia vedere un segno"; "Maestro, che debbo fare per ottenere la vita eterna?".

Ma è soprattutto Gesù stesso, in momenti particolarmente solenni e molto significativi, a chiamarsi maestro: "Voi mi chiamate maestro e signore, e dite bene, perché lo sono"; egli proclama la singolarità, il carattere unico della sua condizione di maestro: "Voi non avete che un maestro: il Cristo". Si comprende come, nel corso di duemila anni, in tutte le lingue della terra, uomini di ogni condizione, razza e nazione, gli abbiano dato con venerazione questo titolo...

Questa immagine del Cristo docente, maestosa insieme e familiare, impressionante e rassicurante, immagine disegnata dalla penna degli evangelisti e spesso evocata in seguito dall'iconografia sin dall'età paleo-cristiana - tanto è seducente - amo evocarla. Ciò facendo, non dimentico che la maestà del Cristo docente, la coerenza e la forza persuasiva uniche del suo insegnamento si spiegano soltanto perché le sue parole, le sue parabole ed i suoi ragionamenti non sono mai separabili dalla sua vita e dal suo stesso essere. In questo senso, tutta la vita del Cristo fu un insegnamento continuo: i suoi silenzi, i suoi miracoli, i suoi gesti, la sua preghiera, il suo amore per l'uomo, la sua predilezione per i piccoli e per i poveri, l'accettazione del sacrificio totale sulla croce per la redenzione del mondo, la sua risurrezione sono l'attuazione della sua parola ed il compimento della rivelazione.
Tutte queste considerazioni, che sono nel solco delle grandi tradizioni della chiesa, rinvigoriscono in noi il fervore verso Cristo, il maestro che rivela Dio agli uomini e l'uomo a se stesso; il maestro che salva, santifica e guida, che è vivo, parla, scuote, commuove, corregge, giudica, perdona, cammina ogni giorno con noi sulla strada della storia...».

Buon cammino a tutti sulle orme dell'unico Maestro che sta sempre accanto a noi!


22 ottobre 2016

La segnaletica della settimana

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (18,9-14)

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Per riflettere...

Domenica scorsa speravo per tutti noi “che le grandi anime dei nostri tempi potessero vedere il nostro atteggiamento orante e fiducioso in Dio, il nostro annunziare con la vita la Parola di Dio e nono solo innamorarsi e stimare Cristo…ma essere ciò che siamo noi… Fratelli in Cristo e Figli nel Figlio.” Speravo per noi tutti conversione e coerenza allo stile di Gesù.


Il Vangelo di questa domenica sembra sottolineare che la coerenza, l’obbedienza non deve essere moralistica, Non deve essere osservanza scrupolosa e pedissequa di norme, codici, precetti e tradizioni. La giustificazione che si può ritenere di possedere “avendo fatto tutto ciò che ci è chiesto e anche qualcosa in più”, seguendo una rigida osservanza, ci fa correre il rischio del Fariseo della parabola inventata da Gesù. Ci fa perdere la meta finale della fede, ci fa smarrire il mistero di Cristo, che Paolo nella lettera agli efesini - letta in settimana - diceva risiedere nell’ “essere chiamati a condividere la stessa eredità, formare lo stesso corpo, partecipi della stessa promessa”. Ci fa perdere di vista l’obbiettivo comunitario della fede. Tutto ciò che facciamo deve aiutarci a vivere prossimi a chi ci sta accanto. Non a farcene prendere le distanze, perché “Non sono come gli altri uomini”.


Noi siamo fratelli e sorelle in Cristo. Condividiamo la stessa realtà umana, fatta di miseria e nobiltà. Fatta di tentativi di comunione e rovinose cadute nell’egoismo. Da soli non riusciremo a salvarci. Non riusciamo a dare un orientamento risorgente alla nostra vita. Saremo sempre stretti dalla convinzione che “io posso bastare a me stesso, se seguo alcune semplici regole”.


CI è chiesta coerenza alla nostra natura limitata e tendente a cedere all’autorealizzazione, secondo il motto “Chi fa da sé fa per tre”.  Ci è chiesta coerenza al nostro essere fratelli e sorelle zoppicanti. Ci è chiesta coerenza alla misericordia di Dio, che giustifica non chi si ritiene giusto, ma chi si riscopre incapace di fare da solo. Giustifica chi si riconosce nell’errore e non cerca giustificazioni, accetta il proprio limite colpevole e si affida al Padre che “rialza”.


Gesù si dichiara dalla parte di chi è in grado di riconoscere il proprio limite e fidarsi della misericordia del Padre per ripartire. Questa è la coerenza a cui siamo chiamati per costruire la nostra fraternità ed essere provocanti, attraenti per gli uomini come noi. Manifestiamo al mondo non già il nostro non perfetti ma essere perdonati.

(Commento a cura di don Giordy)


14 ottobre 2016

La segnaletica della settimana

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (18,1-8)

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Per riflettere...
Un certo Mahatma Ghandi disse una volta: “Io amo e stimo Cristo, ma non sono cristiano. Lo diventerei se solo vedessi un cristiano comportarsi come Lui”. Incontrai questa frase mentre stavo riscoprendo la mia fede, specialmente in alcuni uomini e donne che cercavano di praticare ciò che credevano.


Mi è tornata in mente leggendo quanto Paolo (o chi a suon nome) nella seconda lettera a Timoteo dice “Conosci coloro da cui hai appreso [quello che credi fermamente] e conosci le sacre Scritture”. In questa sorta di premessa all’esortazione, che l’autore rivolge a Timoteo affinché annunci la Parola, pare che la fede di quest’ultimo sia “nata” dalla testimonianza personale di quanti lo hanno educato nella fede e nella conoscenza delle scritture. Potremmo dire che per credere gli sia stato necessario vedere e che per vedere bene nelle scritture abbia dovuto credere.


Per riscoprire che Dio è l’orizzonte della vita, che è Lui ad operare nella vita di chi gli si affida, occorre la testimonianza personale e coerente. Occorre guardare la testimonianza resa da chi si è affidato sempre e con costanza all’azione di Dio. Occorre guardare a chi come Mosè si è affidato, ha agito nella storia pregando sempre, lasciandosi aiutare a pregare quando le forze venivano meno. Occorre adottare la stessa perseveranza e costanza della vedova della parabola. Una donna che insegue la giustizia come se dipendesse da lei, ma consapevole che in realtà dipende esclusivamente da qualcun Altro. Occorre constatare che i nostri sforzi sono vani se non sono illuminati dalla fiducia nella “Parola di Dio, viva ed efficace, capace di discernere i sentimenti e i pensieri del cuore.


Questo è l’atteggiamento del cristiano: agire per la giustizia con forza ed insistenza, sapendo tuttavia che è Dio a realizzare la pienezza della vita. Cristiano è chi opera concretamente fidandosi certamente di Dio. Che sia per questo che il Signore chiude la parabola chiedendo “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà troverà la fede sulla terra”? Che sia per questo che occorre “pregare sempre senza stancarsi”? Che occorre, cioè, alimentare in continuazione il rapporto con Dio per vedere la sua azione nella storia e per farci tramite coerente di quest’azione?


Preghiamo allora che le grandi anime dei nostri tempi possano vedere il nostro atteggiamento orante e fiducioso in Dio, il nostro annunziare con la vita la Parola di Dio e nono solo innamorarsi e stimare Cristo…ma essere ciò che siamo noi… Fratelli in Cristo e Figli nel Figlio.

(Commento a cura di don Giordy)

09 ottobre 2016

La segnaletica della settimana

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (17,11-19)
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».


Per riflettere...
Cos’è più importante la regola o la relazione? È più importante il rispetto della norma o il rispetto di un amico? Il Laccio della legge o il Legame della gratitudine?!
A sentire Gesù pare non ci sia dubbio. La legge, la salute pubbica è importante, ma la salvezza sta nella relazione grata. La legge stabilisce le norme per i popolo e tra il popolo e Dio. La relazione costituisce il cittadino del Regno. Se la norma tutel
...a l’appartenenza al popolo, la relazione personale e grata rende parte viva del Regno.
Tutti e dieci i lebbrosi seguono alla lettera l’invito di Gesù ad andare a presentarsi ai sacerdoti, secondo la prescrizione della Torah per i sanati. Solo i sacerdoti sancivano la salute e il rientro nella comunità dei lebbrosi. Uno solo torna sui suoi passi e rende grazie a Gesù. Uno scismatico, eretico, abituato a riferirsi a Dio al di là della stretta osservanza legale. È stato salvato chi non viveva in una piena appartenenza al popolo.
La parola di Dio non è incatenata ad una rigida interpretazione “alla lettera”. La parola di Dio è vincolata ad un’esperienza salvifica: l’incontro relazionale con Dio in Gesù. Occorre vivere quest’incontro per essere salvi, entro tutte le realtà che viviamo come appartenenti al popolo di Dio. Per poter vivere la pienezza di vita nella legge e oltre la legge, anche quando si è incatenati o nella fatica, occorre non solo osservare la legge ma essere grati dell’incontro con il Signore. Quest’incontro si realizza - è pieno e vitale - non soltanto quando riconosciamo l’intervento di Dio, che ha sempre l’iniziativa e vuol giungere a tutti – appartenenti o meno al popolo, ma quando noi rispondiamo al suo invito. Quando noi scegliamo di reincontrare lui, di rendere grazie a Lui, andando anche oltre la rigida osservanza della legge.
Quest’incontro è la base su cui poggiare per entrare nel Regno, attraverso l’appartenere al popolo. Quest’incontro è la terra su cui costruire la propria dimora, lo spazio e il tempo in cui abitare. Per questo ricordiamo la richiesta di Naaman il Siro. Ha voluto portare con sé la terra bagnata dal Giordano, perché in esso - il dignitario lebbroso guarito - riconosce la presenza di Dio. Di quell’incontro salvifico vuol portar con sé qualcosa su cui fondare il suo rapporto con Dio, attraverso cui ricordare – fare memori a?– del suo rapporto con Lui.
Qual è il tuo ricordo? Qual è stato il tuo incontro con il Signore? Come intessi il tuo personale rapporto con Lui? Entro ed oltre la norma? O ti fermi alla mera osservanza… “Dieci osservanti sono stati guariti, uno solo si è salvato davvero”! Il meno ligio, forse, ma che vive la relazione grata con Cristo.


(Commento a cura di don Giordy)


04 settembre 2016

La segnaletica della settimana

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (14,25-33)

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».


Per riflettere...
Alla fine dell'estate il Signore ci invita a fare due conti in tasca: "Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo".

Forse troppo esigente?
Bhe! Forse ci devo pensare... forse sono io a guardare le sue esigenze dalla prospettiva sbagliata, forse devo provare a partire dalla consapevolezza che tutto ciò che mi chiede è per il mio bene.

Voler essere discepolo di Gesù significa aver scelto e deciso di seguirlo; significa avere Lui come unico punto di riferimento "della" e "nella" nostra vita, non il primo di una lista ma il SOLO, l'UNICO, il TUTTO!

Oggi Madre Teresa di Calcutta che è proclamata "santa" ci dimostra che tutto questo è possibile: lo seguiamo perché lo amiamo e abbiamo fondato su di Lui, e solo su di Lui, il nostro progetto di vita.

28 agosto 2016

La segnaletica della settimana

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (14,1.7-14)

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».


Per riflettere...
Con le parole di Gesù questa domenica entriamo in un territorio inusuale, al di là dei diritti e dei doveri, verso semi di civiltà nuova.
Il mondo ci vuole sempre al massimo; Gesù ci dona un messaggio opposto: non hai bisogno di mostrarti, di apparire... TU VALI! E il tuo valore non è misurato dalle tue abilità ma dal fatto che sei pensato, voluto, amato dal tuo Dio.

TU VALI: questo è il messaggio della Parola di dio di questa domenica. Non importa il tuo limite o quello che gli altri pensano di te... Sì, tu vali perché sei prezioso agli occhi di Dio.

Tu vali anche se non vincerai mai una medaglia d'oro alle Olimpiadi perché il vero valore sei tu... la tua vita, pensata, voluta, amata da Dio.
Tu vali, perciò non svendere la tua dignità, coltiva il bello che c'è dentro di te e se coltivi il fuori fa' che sia sempre e solo trasparenza del dentro e vedrai «sarai beato».





13 agosto 2016

La segnaletica della settimana

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)


Dal Vangelo secondo Luca (12,49-53)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».


Per riflettere...
Questo di Gesù, oggi, può apparire un discorso duro.
Naturalmente, quando parla di odio, non lo intende nel significato che gli diamo noi, ossia un perverso sentimento contro qualcuno, ma il totale distacco da sé per fare posto all'Amore.


L'odio o distacco totale è mettersi in totale disaccordo con quello che in noi sono negligenze e vizi, per fare posto alla verità.
Tornando alle parole di Gesù è chiaro il suo ammonimento di capire i segni del nostro tempo, per saper discernere e trovare le vie della verità.

Ci sono tanti segni buoni, ancora oggi, da cogliere e seguire.
Anche Papa Francesco, continua ad esortarci: "E' vero che oggi sono in molti, che sentono il fascino di tanti idoli che si mettono al posto di Dio: il denaro, il successo, il potere, il piacere. Questi sono solo idoli passeggeri... espedienti che danno solo compensazioni passeggere".


Sì, caro amico: non è la libertà che ci rende veri, ma è la verità che ci rende liberi!



30 luglio 2016

La segnaletica della settimana

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)



Dal Vangelo secondo Luca (12,13-21)

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».



Per riflettere...
Il buon samaritano, Marta e Maria, la preghiera, e oggi il Vangelo ci presenta un uomo, quello della parabola, che non ha nome perché ognuno di noi si può rispecchiare in lui.

Eccolo, lo vediamo e in lui ci vediamo: anche io uomo che fondo la mia grandezza sulle cose. Spesso ci si sente qualcuno perché  si hanno tante cose. Il che, ovviamente vuol dire che senza di tutto questo saremmo niente, piccoli piccoli...

La vera realtà invece è che io sono il mio tesoro. Niente di esterno mi farà sentire importante se io non mi sento importante; nulla mi farà sentire sicuro se io non sento di poter confidare su di me; nessun amore mi farà sentire amabile se io mi sento uno schifo; nessun Dio mi farà sentire vivo se io non riesco a dar spazio alle emozioni che la Sua Parola suscita in me, ai desideri più grandi a cui mi apre...


Questa è la differenza tra chi tesorizza per sé (continua ad ammassare tesori esterni) e chi tesorizza davanti a Dio: io sono il mio tesoro, la mia anima, e Dio è in me!



24 luglio 2016

La segnaletica della settimana

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)



Dal Vangelo secondo Luca (11,1-13)
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre, sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».



Per riflettere...
Non è facile pregare perché non è questione di dire delle preghiere, ma si tratta di fare un'esperienza spirituale che tocchi il cuore e la vita.

Nel Vangelo di oggi gli apostoli chiedono a Gesù «Signore, insegnaci a pregare». Gli fanno questa domanda dopo che lui è stato in preghiera. Mi immagino che la domanda è nata in loro dopo aver visto con quale intimità e profondità Gesù pregava. Volevano entrare in quello stile di relazione profonda con Dio che aveva Gesù, loro maestro. Non chiedono che siano insegnate loro delle preghiere. Di preghiere, riti e formule ne hanno più a sufficienza nella loro tradizione religiosa ebraica...

La risposta di Gesù è la preghiera del PADRE NOSTRO. Gesù non ha insegnato una formula, bensì un modo di entrare in relazione con Dio. Ai discepoli che chiedono come pregare, lui risponde usando prima di tutto l'immagine di un Padre e più avanti quella dell'amico che va dall'altro amico. Dio come Padre, Dio come amico. E' questo il primo insegnamento da cogliere e imparare bene.

E chi siamo noi quando preghiamo? Siamo come figli di un padre del quale conosciamo la bontà, sicuri che non ci darà mai qualcosa di cattivo, anche quando sembra non esaudire subito le nostre richieste. Noi siamo come quell'amico che va sicuro dal proprio amico del cuore che non delude mai le aspettative e sul quale può contare sempre.





17 luglio 2016

La segnaletica della settimana

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)



Dal Vangelo secondo Luca (10,38-42)
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».



Per riflettere...
Al centro dell'azione di Gesù, in questa XVI domenica del Tempo Ordinario, ci sono due donne. Strano per quel tempo dare tanta importanza alla donna, eppure anche i discepoli, che erano in cammino, spariscono dalla scena.Ma chi sono, dunque, queste donne da attirare tanto oggi la nostra attenzione?

Possiamo trovare alcuni particolari splendidi nel racconto di oggi: Maria ascolta Gesù seduta, come facevano i discepoli con i rabbini, ed è Marta ad accogliere il Maestro.Maria e Marta non differiscono, ma si completano: sono la preghiera e l'azione che devono abitare la nostra vita!

Maria ascolta con attenzione le parole del Maestro, se ne abbevera perché parlano al suo cuore e sono sorgente di serenità e di gioia; Marta realizza la beatitudine dell'accoglienza, la concretezza dell'amore e dell'ospitalità. Anche lei sa che l'ascolto del Maestro è l'origine di ogni incontro, ma sa anche che questo incontro se non diventa azione non può cambiare la vita, resta sterile e incoerente.

Chiediamo allora al Signore di darci il cuore di Maria e le mani di Marta!




09 luglio 2016

La segnaletica della settimana

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)



Dal Vangelo secondo Luca (10,25-37)
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».



Per riflettere...
La vita è ricerca, una sete grande di felicità, amore, pace…
Tale ricerca avviene sempre in situazioni di vita e di relazioni concrete; è innanzitutto la «ricerca di noi stessi».
 La nostra vita è come la metafora del passaggio delle stagioni: ci si accorge di avere un nome e un’identità propria e per questo si scelgono gli studi da compiere, il lavoro per il mio domani… per divenire un certo tipo di uomo, di donna.

«Come realizzarmi?». È la domanda posta a Gesù in questa domenica: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?»… come spendere la vita perché sia piena? Come posso raggiungere una vita davvero felice?
Chi è veramente in ricerca è impegnato a scoprire indizi di qualcosa di nuovo che metta luce sul suo cammino; non può vedere la realtà, le relazioni, la propria vita con uno sguardo abitudinario.

Occorre allora spostare lo sguardo, il proprio punto di vista, allinearlo a quello dell’Altro: «Va’ e anche tu fa’ così»
... mettiti in gioco! Gesù ci invita a vivere una stagione nuova della nostra vita, la STAGIONE DELLA FEDE sì, perché la FEDE non solo questione di nozioni ma una relazione di cuore… è quella di chi passa da un Dio credibile ad un Dio affidabile.





03 luglio 2016

La segnaletica della settimana

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)



Dal Vangelo secondo Luca (10,1-12.17-20)
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».



Per riflettere...
Dopo la chiamata personale ecco oggi che Gesù ci invita alla missione. 72 erano le nazioni conosciute allora, quindi è come dire che l'annuncio va portato a tutte le nazioni.
E' importante provare a parlare di ciò in cui credo anzitutto per me stesso. E' il modo migliore che ho per chiarirmi le idee, perché io so veramente solo ciò che so spiegare, ma attenzione: Gesù non mi chiede di dimostrare né la sua esistenza né il suo amore. Dio non ha bisogno di essere difeso da me. Sa lui come rendersi credibile. Mi chiede solo di testimoniare, cioè di raccontare la mia esperienza di Lui, perché questo potrebbe accendere in qualcuno una scintilla di speranza o di curiosità.

Dio non ha bisogno di me come avvocato difensore, mi invita solo a parlare di Lui.

C'è qualche cosa nel Vangelo che mi aiuta e che ho sperimentato vero per me? Ho incontrato il Signore? Se sì, è un invito per me a raccontarlo... Io posso dire che mi ha cambiato la vita e l'ha resa davvero bella!






18 giugno 2016

Per te... giovane!

Esercizi Spirituali: Come creta in mano al Vasaio




Per te che per vari motivi non puoi andare alla GMG a Cracovia...
o per te che vai a Cracovia ma desideri un tempo per interiorizzare l'esperienza...
vieni con noi a Camaldoli, Oasi Divin Maestro, per incontrare Dio nella Parola, nella bellezza della natura, nella condivisione della fede, nel tuo cuore.

Ti aspettiamo dal 20 al 25 agosto 2016. Chiamaci per maggiori informazini e per darci la tua adesione.